Si capisce

14 Dicembre 2009

7 Dicembre 2009

Chi inventò l’alfabeto?

Tratto da “Gli indoeuropei e le origini dell’Europa“, di Francisco Villar (Edizioni Il Mulino), p. 99:

Alcuni vasi destinati al culto, figurine e diversi altri oggetti rituali, appartenenti alla cultura di Vinča e risalenti al periodo compreso tra i millenni VI e IV a.C., recano delle iscrizioni che sembrano appartenere a una scrittura basata su segni rettilinei, un buon numero dei quali può essere identificato. Ormai sono pochi gli specialisti che dubitano del fatto che tali segni appartengano a un sistema di scrittura. Alcuni preferiscono parlare di prescrittura. Ma dopo le interessanti osservazioni di H. Haarmann appare fuori di dubbio che si tratta di una vera e propria scrittura: di una scrittura di natura pittografica e utilizzata esclusivamente per scopi religiosi e legati al culto, poiché tutti gli indizi lasciano supporre che le iscrizioni contengano formule rituali e i nomi delle divinità incisi su oggetti votivi. Haarmann ha dimostrato l’identità o la stretta somiglianza tra più di una cinquantina di questi segni con altrettanti segni della scrittura lineare A di Creta. Una coincidenza che non può essere casuale e che, integrandosi in un ampio sistema di altre affinità culturali, ci porta all’ovvia conclusione che la scrittura cretese è erede di quella della Vecchia Europa.
Tutto ciò comporta una profonda revisione delle idee correnti sull’origine della scrittura. Fino a non molto tempo fa sembrava un dato sicuro che la scrittura pittografica sumera, nata nel IV millennio, fosse la prima scrittura dell’umanità. Ebbene, quella europea l’aveva preceduta di circa 2000 anni, diventando così la più antica di tutte. A quanto sembra, la scrittura è stata inventata sei volte: nella Vecchia Europa, in Mesopotamia, in Egitto, nella valle dell’Indo, in Cina e nel centro America precolombiano; e ogni volta indipendentemente. Tra alcune di queste scritture sembrano esserci delle affinità strutturali, cosa che di per sé non implica necessariamente contatti o influenze storiche. Tuttavia la nascita della scrittura in Mesopotamia e nella valle dell’Indo nel IV millennio coincide cronologicamente con la sua scomparsa nella Vecchia Europa. E poiché il IV millennio è il momento culminante della pressione indoeuropea sulla Vecchia Europa, non è inverosimile supporre che si siano verificate delle fughe di quegli europei verso differenti punti, che così avrebbero potuto influenzare la nascita delle altre scritture, come probabilmente accadde a Creta. Per il momento non possiamo avere nessuna certezza. Sia la natura totalmente indipendente che la possibile connessione tra queste diverse scritture sono tutte da stabilire.

Quando parla di Vecchia Europa l’autore si riferisce alla tesi dei Kurgan di Marija Gimbutas e alla sua ricostruzione dell’Europa preindoeuropea, che viene descritta come dominata dall’agricoltura, di forte stampo matriarcale e cristallizzata in alcune culture regionali: Cucuteni, Lengyel, Tisza, Vinča, Egea.
Le popolazioni indoeuropee, invece, sarebbero caratterizzate da nomadismo, allevamento, patriarcato e spiccata bellicosità. Qualcuno dice che la guerra l’avrebbero inventata loro, gli indoeuropei.

Un breve riassunto delle prime apparizioni di forme di scrittura:

30 Novembre 2009

Articolo che fa acqua. Futile.

Archiviato in: facetiae — Samuel Zarbock @ 6:00 am
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Dal Devoto-Oli:

futile, agg.
Di scarsissima importanza, banale.
Dal latino futĭlis, ‘che lascia scorrere il liquido’. Prima metà del secolo XV.

Il significato della parola futile, che letteralmente significa “che perde acqua”, risale al mito greco delle Danaidi, le 50 figlie di re Danaus di Argo. Queste uccisero tutte, per volontà del padre, i propri mariti, che erano peraltro anche loro cugini: si trattava difatti dei 50 figli di Egitto, fratello di Danaus. L’unica che disobbedì al padre fu Ipermnestra, e suo marito Linceo si vendicò uccidendo le sorelle; queste, giunte nell’Ade, furono condannate dagli Dei a raccogliere per l’eternità l’acqua di un pozzo utilizzando caraffe bucate.

Caraffe che fanno, per l’appunto, acqua: e dunque la futilità dipende dai mezzi che vengono utilizzati.

(Ah, già che ci sono: Ipermnestra significa qualcosa tipo “super-sposa”)

25 Novembre 2009

Metafore per sopravvivere

La mente umana tende a interpretare gli stimoli che riceve seguendo un modello: cercando di adattarsi a determinate aspettative che sono già presenti in testa. Questo significa che, una volta ottenute informazioni incoerenti, il cervello cerca di completarle seguendo quegli schemi e quei modelli che gli stanno più a cuore (fuga dai predatori, ricerca di cibo, corteggiamento…).

Si chiama “priming effect“. In altre parole si tratta di individuare, nel mondo che ci circonda, un’associazione di causa-effetto (oppure una correlazione tra elementi) all’interno di una serie di dati non completi. In informatica questa cosa si chiama “pattern matching“.

Un’attività di questo tipo può portare a tre diverse conclusioni:

  • il pattern c’era ed è stato riconosciuto
  • il pattern c’era e non è stato riconosciuto
  • il pattern non c’era ed è stato riconosciuto

Nel primo caso l’attività di interpretazione ha dato il suo risultato positivo. Tutto bene: ho pensato ci fosse un gatto e l’ho effettivamente visto.

Nel caso in cui gli stimoli esterni non portano a nulla (non si riconosce una correlazione che invece esisteva) si parla di falso negativo. Ad esempio: un software antivirus che fallisce il riconoscimento di un nuovo virus.

Nel caso in cui si crede di riconoscere una correlazione là dove invece non c’è niente si parla di falso positivo. Nel linguaggio comune è il classico “falso allarme”.

E quest’ultimo è il caso che più spesso ha garantito la sopravvivenza ai nostri antenati. Perché se l’uomo crede che quelle foglie mosse dal vento siano un predatore, fugge. Compiendo talvolta un’azione inutile, è vero: ma se l’uomo avesse invece creduto che quel predatore fossero foglie mosse dal vento, non avrebbe reagito, rischiando la pelle. Da questa preferenza per i falsi positivi nasce la facilità umana a credere nelle superstizioni: meglio immaginare che due cose siano correlate e fuggirle, che mancare proprio quel pattern che ci avrebbe salvato la pelle.

La selezione naturale favorisce dunque chi fa un numero di associazioni causa-effetto sufficientemente alto da identificare quelle che sono essenziali per la sopravvivenza e la riproduzione. E se le altre sono sbagliate, pazienza. Avrà fatto un po’ di fatica in più.

La tendenza al falso positivo (lo ricordo: riconoscere un evento là dove non c’è nulla) è anche un fenomeno che interessa i linguisti: se uno scrittore accosta tra di loro due parole a caso, i lettori maggiormente propensi a credere che lo scrittore stia comunicando qualche cosa cercheranno di individuare in quelle due parole un senso “altro”, i tasselli mancanti che permetteranno di completare l’informazione. E lo schema atteso, il modello, sarà stabilito interpolando tra di loro tutti i possibili significati (letterali e figurati) di quelle due parole.

Come dire: la metafora è nelle orecchie di chi ascolta.
Oppure, detto meglio:

“E’ noto quanto vi sia di sconcertante nella prossimità degli estremi, o anche semplicemente nella vicinanza improvvisa delle cose senza rapporto; l’enumerazione che le fa cozzare le une contro le altre possiede in sè un potere d’incantesimo”
(Michel Foucault, “Le Parole e le Cose”)

Poi, che sia chiaro: non è che la metafora mente. Semplicemente, non ti dice tutta la verità: anzi, ti chiede di trovare da te quel pezzetto che manca.
Il che è una buona metafora del linguaggio nel suo complesso… :)

A chi è interessato all’argomento consiglio “The Evolution of Superstitious and Superstition-like Behaviour“, di Kevin R. Foster (Harvard University) e Hanna Kokko (biologa alla University of Helsinki)

Altri miei articoli sull’effetto che l’accostamento di due messaggi causa:
- http://sicapisce.wordpress.com/2008/10/30/la-lingua-e-nelle-orecchie-di-chi-ascolta/
- http://sicapisce.wordpress.com/2009/10/07/le-figure-retoriche-in-pubblicita/

21 Novembre 2009

Quando manca la base si prosegue senza.

Neanche questo è un post politico: per base intendo infatti il verbo che ha dato vita al suo participio presente e che poi è scomparso.

Il verbo, non il participio presente. Le persone continuano così a usare la voce di un verbo che non esiste più. E perché questa voce non è scomparsa assieme al verbo? Perché in italiano i participi (sia presenti che passati) vengono utilizzati spessissimo con valore nominale, come se fossero quindi un aggettivo o un sostantivo.

Capita così che verbi latini, francesi, o semplicemente desueti, abbiano dato origine in italiano a participi presenti che si sono conservati e tuttora vengono usati come sostantivi o aggettivi.
Vi faccio qui un elenco degli esempi più simpatici:

  • aitante, “di bell’aspetto, robusto e vigoroso”  (italiano antico aitàre, ‘aiutare’)
  • ambiente, “il luogo in cui viviamo e che ci condiziona” (latino ambīre, ’stare intorno’)
  • ambulante, “venditore che si sposta di casa in casa o di mercato o mercato” (latino ambulāre, ‘camminare’)
  • assente, “colui che non è presente, che è lontano” (latino ăbēsse, ‘allontanarsi’)
  • balbuziente, “persona che balbetta” (latino balbutīre, ‘balbettare’)
  • belligerante, “in stato di guerra” (latino belligerāre, ‘fare una guerra’)
  • birbante, “persona disonesta e cattiva” (latino volgare birbare, ‘mendicare, elemosinare’, a sua volta dal francese bribe, ‘tozzo di pane dato in elemosina’)
  • cangiante, “ciò che assume colori diversi a seconda di come viene colpito dalla luce” (italiano antico cangiare, ‘cambiare’)
  • capiente, “in grado di contenere molto” (latino capĕre, ‘contenere’)
  • carente, “scarsamente provvisto di qualcosa” (latino carēre, ‘essere privo’)
  • coerente, “privo di contraddizioni al suo interno oppure rispetto all’ambiente in cui è inserito” (latino coharēre, ‘essere unito’)
  • connivente, “tacitamente consenziente a qualcosa di non buono” (latino connivēre, ‘chiudere gli occhi’)
  • consulente, “professionista che fornisce a pagamento consigli e delucidazioni a proposito di una materia” (latino consŭlere, ‘consultare’)
  • deficiente, “stupido” (latino defĭcere, ‘mancare’)
  • deterrente, “tanto temibile da dissuadere dall’attacco qualsiasi avversario (detto di arma)” (latino deterrēre, ‘distogliere’)
  • discente, “studente” (latino dĭscere, ‘imparare’)
  • dissidente, “persona in disaccordo con il gruppo (spesso politico) di cui fa parte” (latino dissidēre, ‘essere in disaccordo’)
  • docente, “insegnante” (latino docēre, ‘insegnare’)
  • eclatante, “evidente, manifesto; anche impressionante” (francese éclater, ’scoppiare’)
  • efficiente, “in grado di produrre l’effetto desiderato” (latino effĭcere, ‘compiere’)
  • elegante, “fine, grazioso, non artificioso” (latino elĭgere, ’scegliere’)
  • eloquente, “significativo; anche: chi esprime chiaramente il proprio punto di vista” (latino ēloqui, ‘esprimersi in modo appropriato’)
  • eminente, “eccellente, meritevole” (latino eminēre, ’sovrastare’)
  • esercente, “negoziante” (italiano poco usato esercire, ‘condurre un’attività’)
  • fatiscente, “cadente, in rovina” (latino fatīsci, ‘creparsi’)
  • furfante, “persona disonesta e cattiva” (italiano raro furfare, a sua volta dal francese antico forfaire, ‘agire al di fuori (della legge)’)
  • galante, “che sfoggia gentilezza e buone maniere nei rapporti con altri, soprattutto con donne” (francese galer, ‘divertirsi’)
  • gestante, “donna incinta” (latino gestāre, ‘compiere’)
  • imminente, “prossimo nel tempo, pronto a compiersi” (latino imminēre, ‘incombere’)
  • ingrediente, “elemento che rientra nella composizione di un alimento, una medicina o più in generale di qualcosa” (latino ĭngredi, ‘entrare’)
  • intelligente, “intellettualmente dotato” (latino intellĕgere, ‘capire’)
  • lampante, “estremamente evidente” (italiano poco usato lampare, ‘lampeggiare’)
  • latente, “nascosto, non manifesto” (latino latēre, ’stare nascosto’)
  • mittente, “chi spedisce qualcosa per posta o per ferrovia” (latino mittĕre, ‘mandare’)
  • negligente, “privo di zelo e svogliato” (italiano raro negligere, ‘trascurare’)
  • occidente, “ovest, ponente” (latino occĭdere, ‘cadere’ (detto del sole))
  • oriente, “est, levante” (latino orĭri, ‘nascere’ (detto del sole))
  • pimpante, “vivace e baldanzoso; anche: sgargiante, vistoso” (francese pimpere, ’sedurre’)
  • prestante, “di bell’aspetto e robusto” (latino praestāre, ‘ essere superiore’)
  • prudente, “cauto, non sconsiderato” (latino providēre, ‘prevedere, provvedere’)
  • recipiente, “contenitore, vaso per liquidi” (latino recĭpere, ‘prendere, contenere’)
  • reticente, “riservato, che non fa affermazioni esplicite” (latino reticēre, ‘tacere’)
  • rovente, “surriscaldato; anche appassionato, veemente” (latino rubēre, ‘essere rosso’)
  • solvente, “liquido che prevale in una soluzione” (italiano antico solvere, ’sciogliere’)
  • stravagante, “originale, eccentrico, al di fuori delle consuetudini” (latino medievale extra, ‘fuori’ e vagari, ‘vagare’)
  • tornante, “curva a gomito, tipica soprattutto in montagna” (francese tourner, ‘girare’)
  • utente, “persona che fa uso di un bene o di un servizio pubblici” (latino ūti, ‘usare’)
  • vacante, “privo di titolare o proprietario” (italiano raro vacare, ‘essere vuoto’)
  • vigente, “in vigore e ancora valido (detto di legge)” (italiano raro vigere, ‘essere in vigore’)

L’elenco è preso dalla bellissima “Grammatica italiana di base“, di Pietro Trifone e Massimo Palermo, Zanichelli Editore; un libro simile, che permette di spiegare l’italiano agli stranieri nonostante le loro mille curiosità e gli esempi pazzeschi che sono in grado di produrre, vale la pena essere menzionato.

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