Ho già parlato del principio dell’autoreferenzialità: ora provo a fornirne una dimostrazione pratica utilizzando i vocabolari.
Cominciamo con un aneddoto. Un mio collega è stato a suo tempo un professore di matematica alle scuole superiori. Al liceo, per essere precisi: al liceo classico. E insegnava matematica, il che vale a dire che era il professore sfigato, l’ultima ruota del carro. Qualcuno completamente esautorato di autorità, anche e soprattutto agli occhi degli studenti.
Bene: questo mio collega, che di carattere ne ha da vendere, ha cominciato a insegnare matematica rivolgendosi a degli umanisti. Siete in un liceo classico? Vi state formando un senso critico che farà di voi la futura classe dirigente, come voleva Gentile? Ebbene, allora cominciamo dalla base. Definitemi il numero: ditemi che cos’è.
Panico. Con un professore di matematica di questo tipo è impossibile scherzare (siete sicuri di essere sul suo stesso livello, quando parlate di “media dei voti“? O di “estrazione casuale dei nomi” per un’interrogazione?). I suoi ragazzi scoprivano piano piano che la matematica stava dappertutto, soprattutto dove non ce l’avrebbero voluta vedere. E che a loro toccava impararla, per capire cosa stesse succedendo.
Questo professore spiegò ad un certo momento il principio della ricorsione: sapete, quella magia per cui ti rivolgi a te stesso sino al momento in cui qualche evento ti fa uscire dal tunnel. Una specie di onanismo controllato.
Eccoci arrivati al punto: visto che era in un Liceo Classico, chiese ai suoi studenti di trovare in un qualche vocabolario a loro scelta quei lemmi che venivano definiti mediante lemmi a loro volta definiti con le voci di partenza. Un autoriferimento incrociato, come dice Wikipedia: qualcosa del tipo “crapula=gozzoviglia” e “gozzoviglia=crapula”.
Gli studenti glie ne trovarono parecchi, a quanto mi raccontò, e qualcuno si spinse sino ad un gruppo di tre: A=B; B=C; C=A. Lui non mi disse mai di che parole di trattasse (non era dopotutto questa la cosa importante), ma a me è tornata da poco la curiosità di vedere se qualche vocabolario conserva ancora questo stesso “difetto”. E questo è ciò che vi suggerisco per giocare con l’autoreferenzialità.
Ne sono rimasto deluso: non sono riuscito a trovare anelli ermeticamente chiusi, autoriferimenti perfetti. E quindi potrei anche evitare di scrivere questo post… Ma dopotutto qualche definizione che si avvicina al loop l’ho trovata. Io ho utilizzato “Il Devoto-Oli Vocabolario della lingua italiana 2008“, a cura di Luca Serianni e Maurizio Trifone; Edmund Le Monnier, 2007; Milano.

L'autoreferenzialità secondo Escher
crapula s.f., lett. – Gozzoviglia.
gozoviglia s.f. – Chiassosa e intemperante baldoria; crapula.
Quel “Chiassosa e intemperante baldoria” permette di uscire dal cortocircuito che si sarebbe potuto creare tra crapula e gozzoviglia: è quindi sufficiente cercare nello stesso vocabolario la definizione di “baldoria” per capire se viene illustrata in termini differenti dalle nostre due parole di partenza. Vediamo:
baldoria s.f. – Allegria scomposta e rumorosa – Riunione chiassosa e spensierata di amici.
In questo modo “allegria” e “riunione” permettono di fuggire dal cortocircuito crapula/gozzoviglia.
Bene. Cioé, male: bene per i compilatori del vocabolario, male per me che cercavo il loop perfetto.
Un altro esempio di autoreferenzialità quasi completa è quanto segue:
indeducibile - Che non può essere dedotto dal conteggio dell’imponibile fiscale; indetraibile.
indetraibile - Che non può essere detratto dall’imponibile fiscale; indeducibile.
In questo caso entrambi i lemmi sono forniti di definizione, ma queste sono quasi identiche tra di loro. Ciò che cambia è solamente l’utilizzo dei due verbi “dedurre” e “detrarre”, che lo stesso vocabolario spiega con queste definizioni:
dedurre, tra le altre: “Togliere, detrarre, sottrarre, defalcare (anche con la prep. da)”
detrarre, tra le altre: “Togliere, spec. in un giudizio di valore (anche con la prep. a)”
In questo modo le due definizioni diventano praticamente identiche, ma ancora permettono di uscire dal cortocircuito indeducibile/indetraibile.
Aggiornamento: per un’approfondimento sul significato di queste due parole si veda l’intervento di Corinna Montuori tra i commenti.
Il resto delle voci quasi autoreferenziali che ho trovato non ve lo commento: vi faccio una piccola carrellata silenziosa, per dir così, e volendo continuate pure voi (magari utilizzando vocabolari differenti).
abborracciare – Fare o dire qualcosa alla meno peggio, per la fretta o per mala voglia o incompetenza; raffazzonare.
raffazzonare – 1. Aggiustare, accomodare alla meglio. – Fare, comporre, mettere insieme in modo frettoloso, senza cura e impegno; abborracciare. 2. arc. Adornare con cura.alleggiare – 1. Rendere meno grave e faticoso, alleviare, mitigare. 2. In marina, alleggerire un’imbarcazione, eseguendo la manovra dell’alleggio; allibare.
allibare – Alleggerire una nave di tutto o di parte del carico, per ottenere un minore pescaggio; alleggiare.ammollimento – Ammorbidimento – Indebolimento, cedimento.
ammorbidimento – Il conferimento o l’acquisto di una certa cedevolezza o delicatezza, spec. al tatto; ammollimento. – fig. Di carattere, perdita di ruvidità, arrendevolezza.canterellare – Cantare a mezza voce, senza pretese artistiche e senza particolare attenzione o intenzione; canticchiare.
canticchiare – Ripetere a mezza voce uno o più motivi musicali, senza impegno; canterellare.commovente – Che commuove, che induce a una accentuata partecipazione affettiva; toccante.
toccante – Che suscita profonda e intensa commozione; commovente.immensamente – Smisuratamente; estens. (iperb.), con straordinaria intensità o partecipazione.
smisuratamente – In quantità eccessiva; iperb. immensamente .irreparabile – 1. Di una gravità tale da non ammettere rimedio alcuno; irrimediabile. 2. (non com.) Che non si può evitare, inevitabile, ineluttabile. 3. Ciò che è irrimediabile o inevitabile; part. la morte di qualcuno.
irrimediabile – Di fatto dannoso per il quale non vi è rimedio, la cui gravità rende impossibile la riparazione; irreparabile .padreggiare – Essere simile al padre nelle fattezze, nel carattere, nelle abitudini; patrizzare.
patrizzare – Somigliare al padre, nella fisionomia o nel comportamento; padreggiare.scompagnato – Spaiato - Formato da elementi diversi fra loro, incompleto.
spaiato – Di parti appartenenti ciascuna a un diverso accoppiamento o paio; scompagnato.
sfoderare – Estrarre da un fodero o da una guaina, spec. riferito a un’arma; sguainare. – fig. Esibire, mostrare inaspettatamente o al momento opportuno. – Fare sfoggio di qualcosa, ostentare, sfoggiare.
sguainare – Estrarre dalla guaina, dal fodero, con un movimento rapido e deciso; sfoderare.
Se poi l’editore Le Monnier fosse interessato ad avere l’elenco completo, nessun problema: mi può pur sempre assumere come collaboratore! :)
AGGIORNAMENTO (13 settembre 2011):
Qui di seguito fornisco le definizioni che i principali Vocabolari Online forniscono del sostantivo “autoreferenza” (visto che l’aggettivo “autoreferenziale” viene definito come “che stabilisce / costituisce autoreferenza”…):
s. f. [dall’ingl. self-reference, propr. «riferimento a sé stesso»]. – In logica matematica, il carattere riflessivo degli enunciati che affermano qualcosa su sé stessi o il cui contenuto implica un riferimento a sé stessi; in partic., tale caratteristica, in quanto si presenta in enunciati che coinvolgono i concetti di verità, di significato, di definizione, di classe o di insieme, è considerata come la causa principale di antinomie, paradossi e contraddizioni; un tipico esempio… Leggi
n.f. [pl. -e] in logica, il fatto che in un enunciato si affermi qualcosa sull’enunciato stesso.
Comp. di auto- 1 e referenza.
Vocabolario Garzanti Linguistica:
s. f. in logica, il fatto che in un enunciato si affermi qualcosa sull’enunciato stesso.

Andrea
21 febbraio 2009
Mi chiedevo se e’ compito del vocabolario fornire anche i sinonimi. La sinonimia e’ necessariamente simmetrica, quindi, se cosi’ fosse (dell’obbligo morale dell’autore) non ci sarebbe “difetto”.
Ora, se invece cosi’ non fosse, io in generale, cercherei di farti capire un concetto attraverso altri che ti possono essere noti: se devo spiegare ad A. dello “sfoderare” posso pensare che possa conoscere “sguainare”, e cosi’ mi ci appoggio, lo uso per arricchire la mia spiegazione (che del resto non si ferma mai alla mutua referenza). Dualmente, posso pensare che spiegando a B. dello “sguainare” (altro problema dal punto di vista soggettivo e oggettivo) egli sia avvezzo allo “sfoderare”. Cioe’ se l’autore condivide le mie intenzioni di illuminare su un significato, non usa uno stratagemma per fare volume: cerca di massimizzare la comprensione di tutti, che possono partire da conoscenze diverse. O no?
Samuel Zarbock
23 febbraio 2009
Ottimi dubbi, entrambi.
La sinonimia viene solitamente trattata a parte, chiaramente indicata mediante una sigla: il cuore di un vocabolario è infatti sempre la definizione di un lemma, ovvero l’indicazione del contenuto semantico di una parola (indipendentemente da quanti sinonimi essa abbia).
Quelle voci che ho riportato sono tentativi di definire una parola. Il problema sorge dal fatto che si stanno usando altre parole, che quindi devono essere spiegabili anch’esse. Per ragioni storiche le definizioni di un vocabolario rappresentano (quando possono) un rapporto semantico di tipo iperonimico: per illustrare una voce ti indico immediatamente la categoria e l’insieme cui essa appartiene. Il gatto è un animale, il corvo è un animale; l’animale è un essere vivente: e così via, a “salire”. Certo, le relazioni semantiche tra parole non si limitano alla coppia iperonimo-iponimo, ma per lo scopo di un vocabolario questa è per lo più sufficiente.
Quando la definizione non “sale di un livello”, rischia di cominciare a girare in tondo, ovvero di incastrarsi nel fatto che le parole che utilizza sono, per l’appunto, parole: e dunque comprese nel medesimo calderone del vocabolario.
La tua idea dell’appoggio è buona, ma anche qui avrebbe senso se tenessi sempre conto di una scala crescente: conoscendo il lessico di frequenza dell’italiano posso ipotizzare che il lettore conosca più facilmente “sguainare” (faccio per dire), e con questa voce arricchisco la spiegazione di “sfoderare”… ma in tal caso non avrebbe senso fare ANCHE l’operazione inversa, poiché starei spiegando una parola più spesso ricorrente con un termine che appare un numero inferiore di volte.
Vabbe’, sono un po’ troppo tedesco, quando analizzo la vostra lingua… :)
Samuel Zarbock
23 febbraio 2009
A tale proposito consiglio la lettura di questo pdf, in inglese:
“How Is Meaning Grounded in Dictionary Definitions?”
http://arxiv.org/PS_cache/arxiv/pdf/0806/0806.3710v2.pdf
bgmole
25 febbraio 2009
sam, quando fai ‘ste cose mi fai morire :-D
cmq mi ricordo, dai miei lontani studi di linguistica e di glottologia, che in verità il concetto di sinonimia non è così pacifico. anzi, se non mi sbaglio, alcuni arrivano a dire che, anche solo per la differenza nel significante, cioè perché si tratta pur sempre di due lemmi diversi, la sovrapposizione semantica non è completa e che, quindi, una sinonimia perfetta è solo teorica.
e questo, a ben vedere, mette nei guai mica male qualunque computazione linguistica… boh, no rest for the evil ;-)
Samuel Zarbock
27 febbraio 2009
ciao, bgmole!
articoli come questi sono il frutto del mio lavoro al Devoto-Oli… averlo buttato tutto su un DB permette diversi giochini come questo.
anzi: visto che anche a te piace pasticciare con le parole, buttami lì qualche progettino, che lo facciamo insieme! :)
corinna montuori
18 dicembre 2009
Salve.
Una precisazione su “indeducibile/indetraibile” e su “dedurre/detrarre”. Si tratta di termini tecnici, o più precisamente di “rideterminazioni”, frequenti nei linguaggi, come quello tecnico-tributario, derivati dal linguaggio giuridico. Con la rideterminazione si assegna un significato specifico a parole di uso comune. Pensiamo, ad esempio, alle parole “ricavi/reddito”, “deduzione/detrazione”, “compensi/corrispettivi”, che nell’accezione comune sono sinonimi, mentre nel linguaggio tecnico-giuridico (diritto tributario) esprimono concetti ben distinti l’uno dall’altro. Sono termini che, pur non essendo tecnicismi in senso stretto, svolgono, di fatto, la funzione del tecnicismo.
Nello specifico: gli oneri “deducibili” sono spese sottratte al REDDITO IMPONIBILE (sul quale si calcola poi l’imposta lorda); gli oneri “detraibili”, invece, si sottraggono dall’IMPOSTA LORDA (e danno luogo, insieme alle altre detrazioni e ai crediti d’imposta, all’imposta netta).
Cordiali saluti e complimenti per il sito
Corinna Montuori
Samuel Zarbock
18 dicembre 2009
Buongiorno, Corinna.
Accetto volentieri i suoi complimenti, a condizione che lei accetti i miei. Un intervento dalla precisione davvero chirurgica: si allontana dall’argomento del post ma copre un vuoto che nemmeno sospettavo esserci… :)
Grazie ancora per l’aiuto.
E, se posso chiedere: al prossimo suo commento.
:)
corinna montuori
29 dicembre 2009
Buonasera Samuel.
Come ben sanno molti contribuenti – e anche diversi “addetti ai lavori”- quello tecnico-tributario è un terreno scivoloso, sul quale occorre avventurarsi con circospezione. La premessa è doverosa, perché si parla (oh, no!) ancora di “deducibile/detraibile”: una spesa deducibile si sottrae dall’IMPONIBILE, ossia dal “reddito imponibile” (= reddito su cui si calcola l’imposta); una spesa detraibile, invece, si sottrae dall’IMPOSTA. Sono concetti diversi, che danno luogo ad importi diversi. E, in questo caso, “pecunia olet”, eccome!
Per farmi perdonare la pignoleria (SOB!) didascalica, a lei che ama le curiosità etimologiche propongo un paio di chicche.
Ci sono parole, in napoletano, che derivano direttamente dal latino e dal greco, senza essere passate per l’italiano.
• “Ammartenato”, che vuol dire ‘bellicoso’, ‘aggressivo’, e, per traslato, ‘in tiro’, deriva dal latino “a Marte natus”.
• “Pacchero”, che vuol dire ‘schiaffone’, deriva dal greco “pas/pasa/pan” (‘tutto’) + “kheir” (‘mano’).
• “Crisommole”, che vuol dire ‘albicocca’, deriva dal greco “khruseis” (‘d’oro’) + “melis” (‘melo’).
Non trova che siano una delizia? Anzi, alla napoletana, uno ‘sfizio’?
Esistono altre parole, anche in altri dialetti, più antiche dell’italiano? Lancio la sfida a lei e ai lettori del suo blog.
Grazie per l’ospitalità. E tanti auguri per un 2010 grandioso, ma che dico?, esagerato (azzardiamo l’etimo?:ex + ager…).
Corinna
bgmole
30 dicembre 2009
bellissimo “crisommole”!