Durante gli anni ‘50 del secolo scorso si smise di considerare il linguaggio come semplice veicolo di contenuti e si cominciò a vederlo come azione a sé stante: una frase non venne più considerata solo come espressione di verità o falsità ma anche come atto compiuto da colui che la pronuncia.
Anzi, non “un atto”: tre. Le azioni che il linguaggio permette di eseguire sono:
- produrre il segno linguistico: dire, urlare, sussurrare, scrivere…
- perseguire uno o più intenti comunicativi: chiedere, ordinare, costringere…
- perseguire un risultato “reale”: ottenere X, far fare Y, compiere un rito (come ad esempio sposare due persone)…
La costruzione dell’enunciato è detta “atto locutorio“; l’attribuzione di un’intenzione all’enunciato è detta “atto illocutorio“; la ricerca di un effetto sull’interlocutore per tramite dell’enunciato è detto “atto perlocutorio“.
Ogni forma comunicativa può dunque essere analizzata nelle sue tre componenti:
- il lessico e/o la grammatica (la forma di una data espressione linguistica)
- la semantica (il senso e lo scopo di una data espressione linguistica)
- la funzione pragmatica (gli obiettivi di chi formula una data espressione linguistica)
Questi ultimi tre punti, dunque, corrispondono a tre settori della linguistica computazionale, disciplina che cerca il modo per analizzare (e formalizzare) in automatico lessico e grammatica, semantica, piani e intenzioni dell’utente.
Altri articoli in cui ho affrontato gli atti linguistici e sulla pragmatica linguistica:
mi piace perlocutorieggiare
Comment di Pattie — 10 Novembre 2009 @ 3:53 pm |
Non ne dubitavo, Pattie…
Comment di Samuel Zarbock — 10 Novembre 2009 @ 3:58 pm |