Quali sono le regole per trasformare un dibattito o un discorso in una polemica (che, per definizione, è sterile e non porta ad alcuna conclusione attinente all’argomento)?
Partiamo da un esempio di qualche tempo fa.
Alcuni blogger criticavano il giornalismo italiano denunciandone quegli aspetti che non corrispondono all’idea che essi hanno di giornalismo. L’effermazione che ho appena fatto è generica e imprecisa: andrebbero specificate
- le quantità (“alcuni blogger”),
- le circostanze (chi e in che occasione “critica”),
- la distanza tra l’ideale professato dai blogger e la realtà del giornalismo italiano (che rimane, sia chiaro, una realtà percepita dall’esterno)…
Insomma, andrebbe descritto per davvero cosa succede, prima di riassumere la situazione in un commento. Ma per ora andiamo avanti.
I giornalisti rispondono alla critica accusando i blogger di invidiare il loro mestiere. Ad esempio: “il blogger invidia al giornalista non il duro lavoro della cronaca («piedi, pazienza e culo», ricordi?), ma la sua facoltà di emettere opinioni“. Questo brano è stato citato da http://rectoverso.tumblr.com/post/55933570/la-pochezza-di-molta-parte-del-giornalismo.
Fine dell’esempio. Notiamo subito che per non dover rispondere ad una critica (“i giornalisti non fanno giornalismo”, nel nostro caso) è sufficiente neutralizzarla, renderla innoqua; e vi sono due modi per farlo:
- Evidenziare le falle linguistiche del ragionamento (come io ho fatto poco sopra a proposito della generalizzazione) e disinnescarne così di fatto il potenziale effetto dirompente. Il contenuto viene destituito di fondamento perché espresso in una forma non soddisfacente (il che ci sta: la discussione è fatta di parole. Se sbagli quelle sbagli la discussione).
- Trasformare la critica in un attacco che non merita risposta rispondendo come si sarebbe fatto alle scuole medie: “tutta invidia” o “chi lo dice sa di esserlo” o altre amenità. Il contenuto viene destituito di fondamento attaccando colui che lo esprime o altre circostanze afferenti a quel contenuto, senza tuttavia affrontare il grado di verità del contenuto stesso.
Già Aristotele aveva suddiviso le fallacie logiche in fallacie linguistiche e fallacie non linguistiche:
- Tra le fallacie che dipendono dal linguaggio Aristotele annovera l’ambiguità semantica; l’ambiguità grammaticale; la fallacia compositionis (vengono inferite proprietà per il tutto a partire dalle singole parti); la fallacia divisionis (vengono inferite proprietà per le singole parti a partire dal tutto) e le fallacie causate da un’errata forma dell’espressione linguistica. Su Wikipedia ne trovate anche un elenco moderno.
- Tra le fallacie che non dipendono dal linguaggio Aristotele annovera (tra gli altri) gli argomenti di per sé validi, ma fuori tema; le generalizzazioni illecite; la voluta ignoranza di eccezioni alla regola generale; l’assunzione della tesi da dimostrare tra le premesse; il non sequitur… Su Wikipedia ne trovate un elenco dettagliato.
Una polemica, effettivamente, nasce dal modo in cui si risponde ad una critica, non dai contenuti della critica stessa. Un possibile dialogo viene dirottato e trasformato in polemica processando le intenzioni di chi lo ha iniziato.
Vediamo ora quali possono essere le strategie retoriche con cui innescare e poi alimentare una polemica.
Ovvero, quali sono gli ingredienti della polemica.
- Attacco Ad Personam
Si attacca la persona che sostiene un argomento e si conclude implicitamente che anche l’argomento è privo di fondamento (cosa che non ha senso, poiché un argomento è vero o falso a prescindere da chi lo sostiene). - Reductio Ad Hitlerum
Con questa falsa locuzione latina, dagli intenti ironici, ci si vuole fare beffe del tentativo di squalificare un argomento perché è/era sostenuto (o perché ha/aveva a che fare) con un personaggio malvagio: Adolf Hitler è l’esempio più estremo. - Attacco alle circostanze
Si distoglie l’attenzione dall’argomento alla persona che lo sostiene, e alle circostanze che legano la persona all’argomento. - Attacco Tu Quoque
Si sottolinea il fatto che la persona che sostiene un argomento non è coerente con esso: “predichi bene e razzoli male”. Cosa che comunque non affronta in nessun modo il grado di verità dell’argomento. - Avvelenamento preventivo del pozzo
Prima ancora che venga proposto un argomento (o una risposta) si demonizza colui che potrebbe pensare una cosa simile, attaccandolo. - Petitio Principii
L’argomento che si desidera dimostrare viene utilizzato anche come base della dimostrazione stessa, portando ad un “ragionamento circolare” che non sempre è di facile individuazione. - Giustificazione Ad Autorictatem o Ad Judicium
Si fa leva sull’autorità di chi ha espresso l’argomento prima di allora o sul fatto che siano numerosi coloro che lo sostengono. - Argumentum ex silentio
Si deduce una conclusione dall’assenza di una premessa (e noi sappiamo, ad esempio, che gli indoeuropei non avevano mani). - Argumentum ad ignorantiam
L’argomento viene considerato valido perché non esistono (ancora) prove del contrario; se questo può essere accettabile in un tribunale, dove si ipotizza l’innocenza dell’accusato sino a prova contraria, tuttavia non ha alcun senso in tutti gli altri ambiti (“il fumo non fa male perché non è ancora stato dimostrato definitivamente”). - Uomo di paglia
Si riassume la posizione avversa in termini superficiali per poi controbattere questa versione “semplificata”. Ovvero si erige un uomo di paglia (in inglese, “straw man“) per poi abbatterlo. - AGGIORNAMENTO: Ignoratio elenchi
L’argomento che si dimostra è differente da quello che inizialmente si intendeva dimostrare; la conclusione può dunque essere logica ma irrilevante ai fini della questione (come quasi tutti gli attacchi Tu Quoque: “l’hai fatto anche tu”; vero, ma che c’entra?).
Altre fallacie che potrebbero interessarvi sono elencate alla pagina http://it.wikipedia.org/wiki/Classificazione_delle_fallacie
sparidinchiostro
25 aprile 2011
Sei venuto in possesso delle linee guida per gli editorialisti de Il Giornale?
Samuel Zarbock
26 aprile 2011
uichilìics!!
:)
Alice
26 aprile 2011
Più che interessante :) grazie!
Samuel Zarbock
26 aprile 2011
Di niente ;)
Ilaria
28 aprile 2011
Conta sempre più la persona (o il personaggio) e sempre meno il mondo delle idee.
Peccato che i personaggi siano spesso dei guitti o degli “hollow men”.
Una kenosi su tutti i fronti!
(Ciao Samuel!)
matteos
2 maggio 2011
lucido come la testa di sallusti!
Samuel Zarbock
5 maggio 2011
Grazie a tutti.
Su questo tema mi segnalano il libro: “E qui casca l’asino – Errori di ragionamento nel dibattito pubblico”, di Paola Cantù, Bollati Boringhieri, 2011
“Oggi più che mai il nostro dibattito pubblico sembra ostaggio di intemperanze assortite, che oscurano come violente macchie di colore il disegno argomentativo di fondo. Ma se anche fosse meno sguaiato, sarebbe pur sempre teatro di una scontro tra discorsi che vogliono persuadere, dove gli errori di ragionamento tendono insidiosi agguati, sviando sia chi vi incappa sia i destinatari. Con gli strumenti dell’analisi logico-pragmatica Paola Cantù orchestra una irresistibile «caccia alle fallacie», a cui non scampa nessuno, giornalisti, politici, comici, professori, opinionisti. Non per il gusto di cogliere in fallo personaggi di spicco, o allo scopo di prendere partito per questa o quella tesi; piuttosto per addentrarci a individuare il punto di cedimento nascosto di qualsiasi argomentazione, comprese le nostre. Tutti ricorriamo infatti, in modo inconsapevole o strategico, a generalizzazioni indebite, premesse ambigue, false analogie, paradossi: vere e proprie violazioni delle procedure discorsive. Saperlo è il primo passo verso un uso responsabile dei messaggi comunicativi. Perché l’antica consuetudine dei filosofi di chiedere ragioni – buone ragioni – nelle democrazie mature deve diventare prerogativa di ogni cittadino”
http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833922102
Buona lettura :)