“The artist” e la lingua

Posted on 13 marzo 2012

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The Artist” è un film muto del 2011 che racconta il rifiuto, da parte di un attore del cinema muto, di passare al sonoro; la storia che ne segue è tutta da vedere e la consiglio vivamente: ma da questo spunto Jacopo Galimberti parte per discorrere dei limiti posti da una lingua straniera, del sapere collettivo rappresentato da Google e da altri aspetti dell’immigrazione intra-europea.

Vi cito qui alcuni estratti interessanti:

La speranza di ottenere un giorno molto lontano un lavoro in un’università mi ha spinto all’itineranza: Dublino, Parigi, Berlino, Londra. Poiché non sono iscritto all’AIRE (anagrafe della popolazione italiana residente all´estero) lo Stato mi crede in Brianza, che candore… Sono sei anni che non abito più a Monza, ma raramente mi sento all’estero. La distanza culturale e sociale che c’è, per esempio, tra Parigi e Milano è probabilmente inferiore a quella che esiste tra Milano e Napoli. Però un trasloco da Milano a Parigi è una fuga, uno da Napoli a Milano no. La retorica dei cervelli in fuga è nazionalista. La circolazione dei cervelli, in realtà, è una manna, il dramma è semmai che l’Italia non ne attira. C’è, tuttavia, qualcosa che ti inchioda al fatto di essere effettivamente all’estero: la lingua.

[...] La divaricazione è tra chi fa della comunicazione la parte preponderante del proprio lavoro e chi no. In discipline come la filosofia, la letteratura, la storia, ma anche in tutto ciò che è editing, avvocatura, certa amministrazione, giornalismo, cinema, teatro senza padroneggiare perfettamente la lingua non si va da nessuna parte. È la problematica che viene taciuta, fino all’ultima battuta, in The artist. Quando il cinema diventa sonoro, il protagonista, da immigrato non linguistico, sarebbe dovuto diventare un immigrato linguistico. Tuttavia, il suo possente accento francese gli impedisce la conversione e il mimetismo.

Per questo secondo tipo di immigrato, la lingua diventa una voce – una costante voce di spesa, in particolare per il linguistico accademico. Intanto passi le sere su Google ad attingere al sapere collettivo: apri le virgolette, digiti il tuo sintagma improbabile, chiudi le virgolette e attendi il responso. Se il motore di ricerca trova migliaia di risultati, il sintagma è promosso. Questo sapienza collettiva involontaria scalda magari il cuore, ma non basta. Ogni qual volta scrivi un articolo, un corso, un progetto di ricerca è giocoforza che un madrelingua debba dargli un’occhiata. È un esercizio utile, ma può arrivare a sbranare un quarto dello stipendio. Quello che rode di più, comunque, è che nessuno richieda le tue competenze linguistiche. L’italiano non interessa, se non a qualche eccentrico o all’abbiente pensionato che ha comprato una villa in Toscana, i quali potranno sempre scegliere tra le folle oceaniche di immigrati italiani quelli che offrono lezioni a prezzi da rimborso spese.

[...] Forse il bracciante accademico EU troverà un giorno il suo Don Milani. Qualcuno che spieghi con parole povere che la lingua è uno strepitoso luogo di potere nella fossa dei leoni che sono le Università, specialmente oggi che i tagli hanno ulteriormente ridotto il foraggiamento dei felini. Quando torno a Monza e parlando con i miei genitori percepisco echi dialettali in ciò che dicono, sono quasi commosso. Sono le piccole cicatrici lasciate dalla borghesia del boom, nel suo avido tentativo di dotarsi di una lingua. L’italiano continuerà a essere protetto dall’aviazione e dalla marina, e potra’ ancora a lungo fregiarsi del proprio ridicolo status di lingua. Tuttavia, l’immigrante linguistico italiano ha talvolta l’impressione di avere in bocca un dialetto: una lingua sconfitta, una lingua con cui non si trova lavoro, una lingua che un balzo del capitalismo può stritolare in qualche decennio.

Trovate l’articolo completo sul sito di AlfaBeta2: www.alfabeta2.it/2012/03/13/limmigrante-linguistico.

Buona lettura.

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