Si capisce

7 ottobre 2009

Le figure retoriche in pubblicità

Questo è uno degli argomenti per i quali più spesso i motori di ricerca conducono propri utenti a questo blog. In ordine decrescente di frequenza i lettori cercano

Grazie, motori di ricerca. Peccato però che per l’ultimo argomento io non abbia ancora scritto alcunché, se non giusto uno sterile elenco di figure retoriche (peraltro ancora da sistemare). Questo significa che ci sono numerose persone che vengono mandate qui e che non trovano ciò che cercano.
Rimedio qui di seguito.

Piccola nota preliminare.
Il linguaggio della pubblicità si rivolge e si adegua a target molto diversi tra di loro, dotandosi quindi di numerosi codici linguistici. Si pensi alle comunicazioni cosiddette di mass market, che vogliono trasmettere all’interno di un unico messaggio le condizioni dell’offerta, i tempi dell’offerta e i costi: il messaggio verrà costruito in un modo molto diverso rispetto a quelle comunicazioni che si rivolgono invece al mercato del lusso (dove spesso non esistono claim, si pubblicizza solamente il brand e si evoca un approccio alla vita, un modello esistenziale).
Questa ricchezza di codici linguistici non trova riscontro nel mio elenco di figure retoriche, dove non si fa invece alcuna distinzione tra target, mercati di riferimento o altre discriminanti. Ciò che trovate qui di seguito NON è quindi una categorizzazione del linguaggio pubblicitario, bensì quello che dice il titolo: un elenco delle figure retoriche che sono riuscito a trovare in alcuni slogan.

Quasi tutti gli esempi sono presi da Wikiquote.

La pubblicità attinge a piene mani dalle figure retoriche

La pubblicità attinge a piene mani dalle figure retoriche

Le figure retoriche usate negli slogan e nei claim pubblicitari.

1 di 4: la ripetizione.

Le figure retoriche che implicano una ripetizione sono utilizzate in pubblicità quando anche il prodotto o il brand viene enunciato: il presupposto di base è che la continua reiterazione di un suono, di uno slogan o di un pensiero possa imprimere nella memoria dello spettatore anche il nome del prodotto o della marca che vi si accompagna.
Come per ogni figura retorica, la ripetizione si può ottenere a livello di suono, di parola o di pensiero.

Ripetizione di uno o più suoni o sillabe.

  • rima (terminare ogni frase con lo stesso suono che va dall’ultima sillaba accentata alla fine della frase).
    • Ava, come lava (Ava, detersivi).
    • Candy sa come si fa (Candy, elettrodomestici).
    • L’analcolico biondo che fa impazzire il mondo (Campari, bevande).
  • allitterazione (cominciare due o più parole consecutive con lo stesso suono ripetuto)
    • Arte, armonie, atmosfere (Missoni, abbigliamento).
    • Ceres, c’è (Ceres, birra).
    • Bella morbidona, mi fai fare un giro? (Carena, arredamento)
    • Ci sono cose che non hanno prezzo, per tutto il resto c’è Mastercard (Mastercard, carte di credito).

Ripetizione di una o più parole o strutture di frase.

  • anafora (cominciare ogni frase con la stessa parola ripetuta), epistrofe o epifora (terminare ogni frase con la stessa parola ripetuta), e complexio o simploche o conexio o communio (fusione di anafora ed epistrofe)
    • Più lo mandi giù, più ti tira su (Lavazza, caffè).
    • Avvicinarsi conta, tutto conta (Panasonic, elettronica).
  • epanalessi o geminatio (ripetere due volte un’espressione all’interno della stessa frase in sostituzione di un superlativo o per accrescere l’intensità di un verbo o di un sostantivo)
    • Piano piano, buono buono (Maina, dolciumi).
    • Se qualcuno ruba un fiore per te, sotto sotto c’è Impulse (Unilever, deodoranti).
  • anadiplosi (ripetere all’inizio di un segmento della frase quegli elementi che concludono il segmento precedente)
    • Il Natale quando arriva arriva (Motta, dolciumi).
  • pleonasmo (ripetere un pronome o un’espressione che non aggiunge niente alla frase )
    • Noi della Rex, noi ci abbiamo pensato (Rex, elettrodomestici).
    • Kimbo, a me… me piace (Gigi Proietti per Kimbo, caffè).

Ripetizione di uno o più significati e concetti.

  • climax (disporre parole e frasi secondo una gradazione semantica in crescita; quando le parole sono sinonimi tra di loro il senso di crescita è affidato non al significato quanto al suono)
    • Altissima. Purissima. Levissima (Levissima, acque).
    • Veste, riveste, traveste (Coverella, copridivani).
  • reiterazione (ripetere lo stesso concetto con altre parole. Introdotta di frequente da cioè, in altre parole, ovvero…)

2 di 4: la contrapposizione.

Consiste nel combinare all’interno della stessa espressione due elementi che sono immagine speculare uno dell’altro. Alla prossima voce affronteremo quelle figure retoriche in cui uno dei due elementi contrapposti non viene espresso (e deve essere ricostruito dallo spettatore); qui sono incluse invece solamente le figure retoriche che mostrano sia l’elemento specchiato che l’elemento specchiante.

Contrapposizione tra suoni.

  • paronomasia o paronimia (ripetere due parole dal suono simile ma dal significato diverso. È detto anche bisticcio di parole o gioco di parole. L’annominazione è una versione della paronomasia dove viene ripetuta una stessa radice etimologica)
    • Fiesta ti tenta tre volte tanto (Ferrero, dolciumi).

Contrapposizione tra parole e nella struttura della frase.

  • isocolon (comporre una frase con due elementi identici per struttura sintattica, ampiezza e metrica)
    • Compri tre, paghi due (slogan utilizzato in numerosi supermercati).
    • Provare per credere (Aiazzone, mobili).
    • Più lo mandi giù, più ti tira su (Lavazza, caffè).
    • Nè unti, nè punti (Johnson, repellenti per insetti).
  • diafora (ripetere due parole identiche modificandone o amplificandone il senso)
    • Non ci vuole un pennello grande ma un grande pennello (Cinghiale, pennellli)
  • contradictio in adiecto (accostare un attributo e un sostantivo incompatibili tra di loro; per la sola sfera sensoriale si parla di sinestesia)
    • L’originale dal gusto ovale (Averna, liquori).

Contrapposizione tra concettti.

  • commutatio o permutatio (gli anglofoni lo chiamano antimetabole: invertire l’ordine di due elementi all’interno di due frasi consecutive ottenendo significati speculari)
    • Qualità senza risparmio o risparmio senza qualità? (Sole, detersivi)
  • antitesi (contrapporre tra loro due idee contrastanti)
    • Sei raggiungibile ovunque, hai tutte le risposte, puoi comunicare con tutti: ma sei ancora capace di perderti? (Nissan, automobili)
    • La fine dell’armadietto. L’inizio della fantasia (Desalto, arredamenti).
  • ossimoro (contrapporre tra loro due idee incompatibili)
    • Un caldo inverno (Singapore Airlines, linee aeree).

3 di 4: la sostituzione.

E’ il destinatario del messaggio che lo deve aggiustare in modo da ricostruirne l’intenzione originale e il contenuto. Funziona anche proponendo un’immagine speculare a ciò che si desidera comunicare, senza però fornire anche l’elemento specchiato, che dev’essere invece ricostruito dallo spettatore e sostituito a quanto invece espresso.

Sostituzione del suono.

  • paronomasia o paronimia (di due parole dal suono simile ma dal significato diverso, utilizzarne solamente una: si veda la paronimia così com’è stata trattata nel caso della contrapposizione)
    • Delicata a te (Panna, acque).
    • I migliori anni della nostra vite (Zonin,vini).
    • La birra che birrei (Dreher, birra).

Sostituzione di parole o di strutture di frase.

  • frase nominale (simile all’ellissi e utilizzata nel linguaggio giornalistico: sopprimere il sintagma verbale per trasferirne il contenuto ad un sintagma nominale)
  • domanda retorica (porre una domanda che non rappresenta una richiesta di informazione ma che implica invece una risposta predeterminata e implicita nella domanda stessa; in questo tipo di slogan lo spettatore è portato a sostituire la domanda con la risposta)
    • Che mondo sarebbe, senza Nutella? (Ferrero, dolciumi)
    • Che cosa vuoi di più dalla vita? Un Lucano (dove alla domanda retorica viene invece data ua risposta; Lucano, liquori).
  • sineddoche (usare in senso figurato una parola indicando la parte per il tutto, il tutto per la parte, il genere per la specie, la specie per il genere, il singolare per il plurale e il plurale per il singolare).
    • Gillette, la grande innamorata della vostra pelle (dove pelle sta per tutto il viso; Gillette, rasoi)

Sostituzione di concetti.

  • ironia o antifrasi (affermare qualcosa che significa il contrario di ciò che si vuole intendere ma rendendo percepibile la vera intenzione)
    • Virgilio, il bello di internet (in contrapposizione all’immagine di un anziano tutt’altro che bello; Virgilio, portale Web)
  • litote (dare un giudizio negandone il contrario)
    • La siringa niente male (Artsana, cosmetica)
  • metafora Si ha quando, al termine che normalmente occuperebbe il posto nella frase, se ne sostituisce un altro la cui “essenza” o funzione va a sovrapporsi a quella del termine originario creando, così, immagini di forte carica espressiva. Differisce dalla similitudine per l’assenza di avverbi di paragone o locuzioni avverbiali (“come“).
    • Metti un tigre nel motore (Esso, carburanti).
    • Ditelo con i fiori (Wheeler).
  • iperbole (esagerare la descrizione della realtà. Un’iperbole che prende la forma di paradosso è l’adynaton)
    • Impera ovunque quale rimedio sovrano contro le malattie da raffreddamento (Aspirina, medicinale).
  • understatement (opposto dell’iperbole: sminuire la descrizione della realtà ricorrendo ad espressioni per difetto; tanto tipico dell’umorismo inglese da ottenere il proprio nome dalla lingua inglese invece che dal greco)

4 di 4: la coesistenza di più significati.

Il contesto in cui viene utilizzata un’espressione ne rende ambiguo il significato, ovvero leggibile in più di un modo. Se la sostituzione diceva una cosa per intenderne un’altra (ed era poi il destinatario a dover effettuare lo scambio), nel caso della coesistenza si dice una cosa per intenderne due (ed è poi il destinatario a dover sviluppare le implicazioni, che rimangono vive entrambe nella sua memoria).

Ambiguità per opposizione: ironia (una componente del messaggio pubblicitario trasmette il contrario di ciò che il messaggio nel suo insieme vuole intendere – la parte sbagliata della strada) e paradosso (nella stessa frase appare una negazione di sé stessa – questa foto non ha avuto bisogno di una macchina fotografica).

Ambiguità per somiglianza: metafora e paronomasia (dove però le due componenti dal significato diverso non vengono proposte entrambe, ed è l’utente a dovere ricostruire quella mancante).

  • Ogni giorno in tutto il mondo aumentano gli investimenti. Non c’è più rispetto per i pedoni (Somedia, trading).
  • Per le donne il calcio è di rigore (Caltrate, integratori alimentari).
  • Scusa, ma come fai a leggere al buio? – Ho fatto le scuole serali (Aldo Giovanni e Giacomo per Wind, telefonia).

Per qualsiasi dubbio, suggerimento o slogan da aggiungere, commentate liberamente: io integrerò il post.

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22 aprile 2009

Dizionario etimologico inglese online

Archiviato in: facetiae — Samuel Zarbock @ 6:00 am
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Per la lingua inglese si veda http://www.etymonline.com/. Spiegano gli autori del sito:

This is a map of the wheel-ruts of modern English. Etymologies are not definitions; they’re explanations of what our words meant and how they sounded 600 or 2,000 years ago.

_davidsebastianroman

Per chi volesse giocarci un po’ ho raggruppato tutte le voci in un unico file doc di 6,24MB che potete scaricare da qui: etimologie_en_lite. Se poi vi serve qualche suggerimento su come utilizzare sed o grep per pasticciare con quel file potete scrivermi qui.

20 ottobre 2008

Ziro chilled

Archiviato in: etimologie — Samuel Zarbock @ 6:00 am
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Questa è una vera scemenza, ma non riuscivo a trattenermi dallo scriverla. Si tratta delle innumerevoli teorie che circondano la nascita dell’espressione americana “OK” (“d’accordo”, “va tutto bene”).

La prima apparizione certa dell’acronimo, nella forma “o.k.”, risale al 23 marzo 1839 nel “Boston Morning Post“:

[...] he of the Journal, and his train-band, would have the ‘contributions box,’ et ceteras, o.k. — all correct — and cause the corks to fly.

L’anno precedente, a Boston, i giornali avevano cominciato a diffondere la tendenza ad abbreviare qualsiasi locuzione per ottenere effetti comici. Si poteva leggere NG per “no go“, SP per “small potatoes“, OFM per “our first men“. GT significava “gone to Texas“.
Ma effetti altrettanto umoristici si potevano ottenere ricavando l’abbreviazione da una trascrizione distorta della frase. OW (e qui ci stiamo avvicinando) stava per “oll wright“, KY per “know yuse“, KG per “know go“, NS per “nuff said“.

OK fu dunque un’abbreviazione tra le tante, e stava per “oll korrect“. Come le altre era probabilmente destinata ad essere dimenticata, se non fosse che per le elezioni presidenziali del 1840 i sostenitori di Martin Van Buren adottarono proprio quella sigla come nome del loro circolo politico giocando su di un doppio significato.

Dice il “Dizionario Etimologico” di Tullio De Mauro (Garzanti):

Prima delle elezioni presidenziali del 1840 a New York venne fondato l’O.K. Club, un circolo di sostenitori del presidente democratico Martin Van Buren, il cui nome alludeva a “Old Kinderhook”, nomignolo del presidente dal suo luogo di nascita, Kinderhook, New York.

La diffusione di questa tendenza all’abbreviazione, che da Boston era già rapidamente passata a New York e a New Orleans, avrebbe dovuto rendere più simpatico e orecchiabile il nome del club; naturalmente gli avversari cominciarono ad attribuire alla sigla ogni possibile significato denigratorio, quale “Out of Kash“, “Out of Kredit“, “Out of Klothes“.
Ci si misero pure i giornalisti a fornire interpretazioni ancora più assurde, quali “Oll Killed“, “Orfully Konfused“, “Often Kontradicts“, eccetera. Naturalmente il risultato fu quello di radicare la sigla (e il suo senso iniziale) nelle menti dei lettori.

Questa etimologia è la più plausibile tra tutte quelle proposte; è frutto del professor Allen Walker Read, della Columbia University, che l’ha pubblicata in alcuni articoli apparsi nel 1963 su “American Speech”.

Ma la cosa veramente buffa sono le infinite altre interpretazioni date all’origine della sigla “OK”.
Molte sono davvero improbabili:

“Deriva dalla lingua dei Choctaw, una popolazione nativa americana, che presenta “okeh” con la stessa pronuncia e lo stesso significato”.
La lingua dei Choctaw appartiene alla famiglia Muskogean e, a partire dai primi anni dell’Ottocento, è stata per un certo periodo di tempo la lingua franca della Frontiera: il che significa che veniva utilizzata come ponte, come lingua veicolare, sia da bianchi che da nativi. La stessa cosa che capitò con il greco, il latino o l’aramaico, per intenderci. O che sta capitando di questi tempi con l’inglese e l’arabo. “Okay” si traduce però come “ohmi“.

“In lingua Bantu “uou-key” (trascrizione fonetica) sta per “certamente sì”: l’espressione potrebbe così essere filtrata dalla lingua degli schiavi africani nell’uso americano”.
Non esiste una lingua Bantu, al singolare: le lingue bantu raccolgono la quasi metà delle 1200 lingue parlate in Africa totalizzando più di 100 milioni di parlanti (nonché una ventina di paesi). Le lingue bantu più diffuse sono

  • lo Swahili (30 milioni di persone, in Africa Orientale: “sì” si dice ndiyo),
  • il Chichewa (9 milioni di persone, in Malawi: “sì” si dice inde),
  • il Kirundi/Kinyarwanda (8 milioni di persone, in Ruanda e Burundi: “sì” si dice ye),
  • il Kiluba (6 milioni di persone, nella Repubblica Democratica del Congo: “sì” si dice ee, eyo),
  • le lingue dell’Africa australe (quali lo Zulu; 5 milioni di persone, in Sudafrica e Zimbabwe: “sì” si dice yebo),
  • il Kimbundu (2,5 milioni di persone, in Angola: non l’ho trovato),
  • il Nyanja (4 milioni di persone, in Zambia e Malawi: non l’ho trovato),
  • il Luganda (4 milioni di persone, in Uganda: “sì” si dice yee),
  • il Bemba (1,5 milioni di persone, in Zambia: “sì” si dice e).

Il dittongo // è presente solamente nel Kiluba: chissà se deriva da lì… Ho cercato un po’ in giro, e la cosa più simile a /k/ che ho trovato è keji, ma sta per “pesce gatto del Bagrid” (Chrysichthys nigrodigitatus).

“E’ semplicemente il contrario di KO (“Knock Out”, al tappeto), a cui è stato assegnato conseguentemente il significato opposto”.
Falsa etimologia per analogia?

“Deriva dal latino Omnia Correcta (tutto corretto)”.
Certo. Dal latino. Come no…

“Deriva dal greco Ola Kalà (tutto bene)”.
Certo. Dal greco. Come no…

“Deriva dal tedesco Ordnungsgemäß Kontrolliert (adeguatamente controllato)”.
Ma allora, la smettiamo?

“Deriva dall’antico francese “oc”, che significa sì”.
Parallelo tra Boston e Cuneo? Cosa ne penseranno i miei amici della Val Maira?

Innumerevoli sono poi le teorie che riconducono la locuzione all’acronimo di un nome proprio, solitamente una persona preposta al controllo di prodotti, contratti o trattative, elenchi o altro. Qualcuno insomma che possa dire se va tutto bene o no: Obadiah Kelly, Old Keokuk, Otto Kaiser…

La versione più diffusa riporta tuttavia che durante la guerra di secessione americana (o qualsiasi altra guerra) nei bollettini dal fronte si utilizzava la sigla “0 K.”, ovvero “zero” (pronunciato anche “oh“) e “key” come abbreviazione di killed, ‘ucciso’: “nessuna perdita”.
Da cui nascerebbe anche il corrispondente gesto da farsi con la mano: il pollice e l’indice disegnano lo zero, le restanti tre dita simulano una specie di “K”.

Ed è questa, la versione che mi fa ridere… Perché in tal caso il segnale risponde esattamente all’esigenza del momento ma non si può adattare ad altri usi, non se ne può ipotizzare un uso alternativo. Provate voi, con questo sistema, a segnalare “2 killed”.
:)

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