Tabù linguistici ed eufemismi

Posted on 22 settembre 2008

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Ci sono casi in cui le cose da dire suonano troppo dirette, sconce o più in generale scomode. Così le si dà una forma meno forte: al significato si associa un significante diverso da quello tradizionale. Parlando con i parenti del morto ci si riferisce a lui come alla “buonanima” , a meno di non essere un’agenzia di pompe funebri (per la quale il defunto è il “caro estinto”).

Stiamo parlando quindi di eufemismi, di giri di parole: una perifrasi del termine ritenuto sconcio. Talvolta però la tendenza all’eufemismo arriva a sostituire la parola impronunciabile con il suo diretto contrario: si tratta degli eufemismi cosiddetti antifrastici. Simile ad un eufemismo antifrastico è il nome che l’epilessia ha assunto presso i Greci (ιηυς) e i Romani (sacra passio); perifrasi molto più tipicamente antifrastiche sono le seguenti:

  1. In neogreco la peste viene chiamata “la buona sorte”, “il bel fato”: ύ.
  2. In arabo la lebbra è detta “malattia benedetta”, così come il demente è un “benedetto”. Allo stesso modo viene detto “sano” chi viene morso da un serpente e “uomo dalla vista acuta” (basīr) il cieco.
  3. In latino il sudario è detto “vitalia” invece di “mortualia”; allo stesso modo troviamo “lectus vitalis” invece di letto di morte.

Altri fenomeni di questo genere ricorrono nella lingua latina sia nell’epoca più antica (esempio 1) che nel periodo di transizione alle lingue romanze (esempio 2).

  1. Beneventum, località d’importanza strategica nel Sannio meridionale, era in origine una città irpina e si chiamava Maleventum; quando fu occupata dai Romani, che ne fecero una colonia latina nel 268 a.C., il nome fu mutato in Beneventum perché non fosse di malaugurio. In realtà il nome Maluentum, Maleventum potrebbe derivare dal gr. ός, “giardino di meli” (all’accusativo: ό), ma il significato originario non sarebbe stato più colto dai conquistatori, che hanno così dato vita ad un eufemismo basato su di un errore di interpretazione.
  2. La “bonaccia” si chiama in lat. malacia, derivando dal gr. ί, ός: “debole, mite”. Nel latino volgare di epoca molto tarda, tuttavia, una volta perduta la sensibilità per l’origine greca del nome, si è associato erroneamente il termine malacia al lat. malus, trovandolo di conseguenza innaturale; al suo posto si è costruito un *bonacia, forma che si ritrova poi nelle lingue romanze, dove malacia non è stato conservato.

Il tabù linguistico, invece, a differenza dell’eufemismo, non genera una parola (o una perifrasi) nuova per sostituire un termine ritenuto pericoloso: semplicemente, ignora tale termine. La parola incriminata non viene mai scritta né pronunciata. E’ probabile che questo fenomeno affondi le proprie radici nell’arcaica convinzione che un nome abbia una potenza magica, il potere di evocare quelle forze che vi sono collegate.
Così troviamo alcuni divieti in popolazioni caratterizzate da antichissime tradizioni:

  • il divieto di pronunciare il nome dei ghiacciai (Inuit della Groenlandia),
  • il divieto di parlare invano di stelle e nuvole (Aleuti),
  • il divieto di parlare delle montagne (Jivaro),
  • la renitenza a pronunciare il nome proprio di un defunto (aborigeni australiani)…

Questa sensibilità verso un presunto potere evocativo del nome è sicuramente sfociata in quei tabù che vietavano di pronunciare il nome proprio di alcune figure divine o semidivine:

  • I Giudei non osavano pronunciare il nome di JHWH (trascritto talvolta come Jehovah o Jahveh) per rispetto religioso, sostituendolo con il nome più generico di Adonai, “mio Signore”. L’attenzione dei Giudei verso il potere evocativo della parola è tuttavia un argomento che merita ben altro approfondimento;
  • I Romani tenevano segreto il nome proprio della divinità tutelare della Città Eterna: il poeta Valerio Sorano, amico di Cicerone e di Varrone, sarebbe stato giustiziato (a detta dei due autori) per aver rivelato tale segreto. Se anche poi le cose sono andate diversamente (Valerio cadde vittima della lotta politica causata nell’82 a.C. dal ritorno di Silla in Italia), quello che a noi importa è la presa che una tale tradizione fece sulle idee dell’epoca.
  • Ai Cinesi era proibito pronunciare o scrivere il nome dell’Imperatore: qui, addirittura, diventavano tabù in tutta la Cina i segni grafici che componevano il nome in questione, e nessuno di questi segni poteva venire adoperato; li si sostituiva con caratteri graficamente simili oppure li si privava dell’ultimo tratto.