Mi vendo, na na nà

Posted on 26 settembre 2008

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Più o meno è andata in questo modo. Tra il 400 e il 600 arrivano in Italia i Longobardi e si creano un loro regno indipendente; qui gestiscono la giustizia a modo loro, e in particolare mediante l’editto di Rotari: 388 capitoli, in latino, validi per i soli Longobardi, pensati per mettere ordine tra le consuetudini utilizzate sino a quel momento (cawarfidae). Poi, qualche anno dopo, arriverà Liutprando ed estenderà le leggi anche ai pauperes, ai romani rimasti (e nel frattempo anche i Longobardi erano divenuti più mercanti e “civili” che guerrieri).

Ma nella stesura dell’editto succede qualche cosa di strano: secondo la legge dei Longobardi la capacità di agire di un singolo è correlata alla sua forza. La tutela paterna sul figlio cessa quando questi è in grado di prendere le armi (a 12 anni per Rotari; a 18 per Liutprando). Gli incapaci (in senso giuridico) sono i deboli, chi non ha attitudine all’uso delle armi: le donne, i monchi, i ciechi… La malattia, in particolare, è punizione divina, e come tale il malato non è tutelato: sarà il cristianesimo ad esigere la tutela dei deboli in base al suo nuovo metro di giudizio.

La forza dell’arimanno (uomo libero) diventa un valore: e mentre per i Romani il libero non aveva prezzo (Gaio: “liberum corpum aestimationem non recipiat”; Ulpiano: “in homine libero nulla corporis aestimatio fieri potest”), per i Longobardi la libertà di questi è connessa alla sua funzione di guerriero. L’uomo è bene della comunità, e ha un prezzo.

Come definire quindi questa nuova idea del dare un valore all’uomo libero? Il prezzo di un uomo (wergeld, guidrigildo: dal longobardo widregild, ovvero un composto di widre, “contro” e gild, “denaro”) in latino non esiste: ma l’editto viene scritto proprio in latino. Che fare?

In latino classico aestimatio valeva solamente in caso di oggetti (e quindi andava bene per i servi, per dirne una), per i quali si indicava il prètium, “la ricompensa, il valore quantificato in denaro”.
Existimatio, invece, è riferito ad un valore spirituale, morale (per il quale vale il prècium, il pregio: “il valore intrinseco e ideale”).
Quindi i Longobardi che fanno? Prendono il buon vecchio prètium e vi forgiano la loro adpretiatio e il verbo adpretiare. Riferito a questo punto sia ai liberi che ai servi: e se tutti gli uomini hanno un prezzo, in un certo senso giustizia è fatta (anche se al ribasso, diciamo così).

I Longobardi hanno comunque contribuito allo sviluppo della scienza giuridica moderna: è loro l’istituto dell’assenza, secondo il quale quando non si avevano più notizie di un guerriero lo si considerava disertore e quindi si poteva intervenire sui suoi beni; altro contributo dei Longobardi lo si ha nel diritto penale: mentre per i Romani un tentativo di reato ed un reato riuscito avevano la stessa pena, i Longobardi non solo li distinguevano, ma comminavano addirittura pene diverse a seconda dello stadio a cui era giunto il tentativo di reato (hai estratto l’arco? hai estratto la freccia? hai teso l’arco?).

Chi poi vuole sapere come andò a finire sappia che nel 770 ci pensarono i Franchi a porre fine al dominio longobardo: e nella notte di Natale dell’800 il Papa Leone III incoronò Carlo Magno. Ecco, da lì in poi tutti i popoli furono riuniti in un unico regno cristiano, e nacque l’Europa (così come la definiscono alcuni, quantomeno).

 

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