Lamentazioni messe in musica

Posted on 30 settembre 2008

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1. Ci si lamenta al bar: per lo più si utilizzano slogan più o meno immediati che riguardino i più disparati problemi di cui si è a conoscenza.

2. Ci si lamenta sui mezzi pubblici, scambiando poche parole col proprio vicino: per lo più ci si concentra sul singolo problema che si sta esperendo in quel preciso momento (un guasto, l’ennesimo ritardo, i discorsi a  voce troppo alta di qualche immigrato – chissà che cosa sta dicendo…).

3. Ci si lamenta in ufficio con persone che ci conoscono bene: in tal caso si entra forse un poco più nel merito degli argomenti e si è magari disposti ad abbandonare i semplici e comodi luoghi comuni… nel qual caso potrebbe capitare di tenere una vera discussione, più che una banale lamentela.

3bis. Banale? Lo scambio di lamentele è banale, un dialogo senza scopo? Allora perché lo si utilizza così spesso come strumento comunicativo? Per ora non ci penso, ma ci dev’essere qualche buon motivo, dietro questo atto linguistico…

4. Ci si lamenta anche in workshop americani, quegli incontri pubblici dove il singolo si esprime, butta fuori ciò che gli brucia in petto e si fa aiutare da un gruppo di sconosciuti che hanno però le stesse inclinazioni e le stesse pulsioni. Un po’ come in Fight Club, per intenderci.
“Ciao, sono Samuel, e non sto più raccontando leggende metropolitane da più di due settimane”.
“Ciao, Samuel”.

Poi arriva qualcuno che mette insieme tutte le lamentele raccolte ai workshop e vi compone della musica: ne viene fuori un brano da cantare, un coro da affidare ai cittadini della città di cui ci si lamenta.
Oltre al bar, alla metropolitana e all’ufficio, ora la lamentela viene esercitata anche in piazza: ma non è un suo luogo, non è normale che sotto la fontana del centro si canti “un tempo qui era tutta campagna”… Ed è questo il punto: i luoghi comuni, da semplice espediente comunicativo, diventano l’unico contenuto linguistico di un’opera musicale.

Ogni espressione linguistica ha uno scopo: anzi tre. Quando si parla si compie un atto locutorio (si dice, si sussurra, si urla, si sbiascica…), un atto illocutorio (si afferma, si chiede, si nega…) e un atto perlocutorio (lo scopo dell’intero dialogo: convincere, ottenere un dato, ottenere qualche cosa…). E chi si lamenta, quando parla di parcheggi (che non ci sono più) o del traffico (che ai miei tempi non era così), lo fa

  • per riempire il tempo di un’attesa,
  • per creare una comunanza tra pari che si trovano nella stessa situazione,
  • per saggiare il terreno e capire chi si ha attorno prima di parlare più seriamente…

Ma trasformando la lamentela in una canzone cosa succede? Lo scopo comunicativo, l’atto linguistico viene sovvertito e decontestualizzato. Lo scopo della comunicazione diventa un altro. E assume un peso differente.

E’ in inglese, ed è su Chicago: il modo migliore, per gli italiani, di non trovarsi coinvolti negli impliciti e nel “non detto”. Se sapessimo cosa sta dietro ognuna di quelle frasi dette a Chicago probabilmente perderemmo il gusto di coglierne la forma, il modo in cui sono state composte (e musicate). Invece così siamo in grado di percepirne solamente un senso più… come dire, maggiormente legato al modo in cui viene espresso.
E’ come trovarsi all’oscuro di ciò che un lamentatore darebbe per implicito. E quando si è al buio, si sa, le parole pesano il doppio.

[…]
I can’t stop thinking about sex.
My damn boss outsourced my job but he gets to keep his.
Teachers get nothing, entertainers Millions.
Everybody is a moron.
[…]
The most creative minds work for the advertising industry.
Obese urban monster squirrels
decimate my backyard tomato crop.
Men wrap around the pole on the L-train like stippers.
Restaurant servers ask “are you still working on that?”
All of America looks like the same strip mall.
Garbage the size of Texas is floating in the Atlantic.
Is war our only export?
I have nothing to wear.
I am out of food.
I hate my condo association.
Women need too much attention.
Portions are too big.
I am always hungry.
The toast is cold.
Quit spreading germs! Take the bus!
[…]
And I am still thinking about sex.

Qualche giorno fa anche alcuni cittadini di Firenze hanno partecipato all’iniziativa (partita da Helsinki) e hanno realizzato una performance simile:

http://it.youtube.com/watch?v=VsvA0DpRx-4

Grazie a Paolo Gabbrielli per la segnalazione.

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