Tabù linguistici: la morte

Posted on 1 ottobre 2008

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Ho già parlato degli eufemismi con cui girare attorno a quelle parole ritenute troppo forti perché le si possa esprimere senza filtri; un campo semantico particolarmente interessato dal fenomeno è quello della morte. Ne elenco tre varianti.

1. Gli Zoroastriani usano il verbo “normale”, di uso comune, solamente per la morte degli esseri malvagi: per la morte dei buoni ricorrono invece a un verbo che significa “andare“. Tanto per restare fedeli al loro dualismo…

2. Tra le perifrasi latine “dormire” è particolarmente interessante, poiché sembra essere stato utilizzato esclusivamente dai latini di fede cristiana; probabilmente era modellato sul greco koimasθai (infinito passivo) ed era divenuto popolare tra i Cristiani per il suo uso nel Nuovo Testamento (scritto in greco, per l’appunto).

3. Dal punto di vista storico-linguistico si può attribuire con certezza l’origine del francese tuer (“uccidere“) al latino tutare, variante attivale di tutari, “proteggere“. Il problema è riuscire a stabilire il percorso di un simile passaggio semantico.
Da alcuni esempi dell’uso di tutari rem (Sallustio, “Hist. or. Lepidi” I: in tutandis periculis; Caesare, civ. I 52,4: praesentem inopiam quibus poterat subsidiis tutabatur; Calpurn., ecl. 4,27: quo tutere famem) se ne deriva un senso di “calmare, smorzare”. Partendo da quest’uso esteso del verbo “proteggere” (proteggersi da qualche cosa smorzandone gli effetti) si possono spiegare certe espressioni della lingua ecclesiastica dell’alto medioevo, dove tutare compare per “spegnere, smorzare, portare a riposo”.
Tuttavia rimane ancora aperta la questione se l’uso di tutare per “spegnere” è risultato di un’evoluzione specificamente ecclesiastica o se fosse diffuso anche nella lingua volgare (da cui deriverebbero i vari attutire o stutare che compaiono, in molti dialetti italiani, con il significato di “spegnere il fuoco”).

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