Cos’è l’etimologia

Posted on 14 ottobre 2008

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Brano molto istruttivo tratto dal “Dizionario enciclopedico delle lingue dell’uomo”, di Michel Malherbe; Mondadori DOC, 2007.

Più ci si addentra in una ricerca etimologica, più aumenta l’incertezza: calamaro deriva da “(pesce) calamaio” (a causa della sua capacità di emettere un liquido nero), termine che viene dal latino calamus, “stelo”, “canna”, da cui deriva anche “calumet”. Calamus a sua volta discende dal greco kalamos, parente dell’arabo qalam, che pure significa “stelo”, poi, per estensione, “penna per scrivere”. Kalam si ritrova con quest’ultimo senso in turco e in hindi. Si può quindi pensare che l’introduzione di kalam in queste due lingue sia tardiva, altrimenti avrebbe conservato anche il senso di “stelo”. Tuttavia la radice è antica nelle lingue europee poiché è presente in tedesco sotto la forma Halm, e in russo soloma, che significano ambedue “paglia”. Se l’hindi, vicino al sanscrito, non ha il senso originale, si può presumere che la parola sia di origine araba e non indoeuropea. Ma è araba o trasmessa attraverso l’arabo a partire dall’egiziano? In realtà, risalendo piuttosto lontano nel tempo, ci si scontrerà sempre con l’impossibilità di trovare una spiegazione, benché i linguisti abbiano cercato, al di là delle tracce scritte, di “ricostruire” etimologie ipotetiche comuni paragonando lingue parenti. In ogni caso, tali “ricostruzioni” rimangono artificiali (vedere il capitolo sulle lingue e la storia).

Traduzione di Savino D’amico con Paolo Frassi, Daniela Nicolò e Luciano Revelli; corsivi e virgolettati originali.

Sono d’accordo: le parole vengono usate per riferirsi a concetti: sono dei puntatori, l’estremità visibile di un iceberg che rimane altrimenti inespresso da chi sta comunicando. E l’insieme delle idee implicite forma una cultura. Più si risale nel tempo, meno possibilità abbiamo di cogliere le trame e l’ordito di un sapere.
A meno di non chiamarsi Pierre Vidal-Naquet, ovvio.

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