Figure retoriche [UPDATED]

Posted on 15 ottobre 2008

6


[L’elenco delle figure retoriche è stato aggiornato nel giugno 2012 e lo trovate dopo questo testo introduttivo]

Le figure retoriche sono accorgimenti adottati da chi scrive, fotografa, filma o parla per far sì che un dato significato sia espresso non dal suo significante più rappresentativo, bensì da una deviazione (talvolta sorprendente) nell’uso del linguaggio.
Il piatto piange“. “Ho addosso la scimmia“.

In questo senso la figura retorica è un artificio, un trucco, una trovata che utilizza in modo insolito il linguaggio ma che giunge comunque a trasmettere il significato che si proponeva. Talvolta, poi, è la figura retorica stessa a diventare la migliore forma con cui trasmettere un dato significato, e da quel momento viene adottata come nuova parola o locuzione con cui esprimere il concetto. Il piatto piange. Ho la scimmia addosso.

A dire il vero alcune figure retoriche, come la metafora, sono tanto comuni nel linguaggio parlato che qualche studioso ha ritenuto non essere possibile caratterizzarle come “insolite” (Pollio, Smith e Pollio, “Figurative Language and Cognitive Psychology”; Todorov, “Theories of the Symbol”): per questo motivo si preferisce definirle “inattese“. Ovvero, insospettate all’interno di quella specifica comunicazione che si sta facendo.

Trattandosi di una deviazione del linguaggio, la figura retorica (e, nello specifico, la metafora) è tale solo fino a quando continua a veicolare un preciso significato: il rischio che l’innovazione proposta cada nell’incomprensibile è alto, poiché occorre tenere conto della possibilità che chi fruisce del messaggio sia in grado di ricostruirne il senso. La buona volontà, tuttavia, c’è: di fronte ad una qualsiasi accozzaglia di parole l’essere umano tende a presupporre l’esistenza di un significato e quindi si sforza di immaginare il contesto all’interno del quale poter calare quell’espressione.
Dev’essere una caratteristica ereditata da quelle epoche in cui era di fondamentale importanza saper leggere i segnali che circondavano l’individuo per potervi leggere in tempo significati velati: affronterò la questione di questa sorta di pattern matching in un post successivo.

Con un generatore casuale di predicati nominali “horror” ottengo cose del tipo

  • il baratro dell’anima
  • la caccia della follia
  • la ruggine della mummia
  • la vaghezza della miseria

Il programma che ha generato queste frasi non aveva alcuna intenzione di attribuirvi un significato: ci pensa però il lettore, a provarci, trattandole come se si trattasse di metafore.

Data questa “delicatezza” e, al contempo, “potenza” delle figure retoriche, sin dai tempi dei greci si è cercato di formalizzarne e strutturarne tutte le possibili forme, spiegando cosa poteva essere fatto e cosa no. Qui di seguito abbozzo un elenco (ancora da completare) delle principali e più interessanti figure retoriche.

Simpatica vignetta che restituisce una metafora del teatro.

Simpatica vignetta che illustra un’allegoria del teatro…

Adynaton
Avvalorare l’impossibilità che si realizzi un evento ipotizzando la realizzazione di un altro fatto che non potrà mai verificarsi (molto simile al classico “si smuoveranno i monti prima che io te la dia…”).

Ti dimostro che la cosa di cui parliamo è irrealizzabile ipotizzando che avverrà se o quando accadrà qualcos’altro che tutti ritengono impossibile.
Quindi gli elementi in gioco sono:

  • un’impossibilità riconosciuta universalmente;
  • la sua (impossibile) realizzazione;
  • il collegamento (“se”/”quando”) tra questa realizzazione e un secondo evento espresso, che è ciò di cui si sta parlando.

Allegoria
Costruire un discorso in cui i significati letterali (che di per sé hanno un senso) nascondono un significato simbolico dell’insieme; spesso si tratta di una reificazione o zoomorfizzazione di un concetto astratto.

Ti descrivo una cosa che è formalmente completa ma il cui vero significato (o un secondo significato alternativo a quello “immediato”) appare solamente se si ipotizza che la descrizione riguarda un concetto astratto e, sulla base di questo nuovo soggetto, si re-interpretano le azioni espresse.
Quindi gli elementi in gioco sono:

  • una narrazione espressa;
  • un soggetto astratto (espresso o inespresso);
  • un’interpretazione inespressa della narrazione che le dia un secondo significato considerando che il soggetto “vero” è quello astratto.

Allusione
Affermare una cosa con l’intenzione di farne intendere un’altra che con la prima ha un rapporto di somiglianza.

Ti parlo di una cosa che è simile a qualcos’altro che non esprimo.
Quindi gli elementi in gioco sono:

  • un soggetto espresso;
  • un secondo soggetto simile al primo ma inespresso.

Anfibologia
Permettere l’interpretazione in due modi diversi di un enunciato per l’ambiguità lessicale di una parola (“mi piace la pesca”) o per un suo uso ambiguo che valga sia come soggetto che come oggetto (“il bimbo mangia il cane”).

Ti parlo di una cosa ma in termini che non ne disambiguano il significato o il ruolo grammaticale.
Quindi gli elementi in gioco sono:

  • un soggetto espresso;
  • un’ambiguità semantica o grammaticale.

Antitesi
Contrapporre due termini opposti all’interno di una frase dalla struttura simmetrica: “non questo ma quello”; costruire un’immagine che propone elementi contrapposti per ottenerne il reciproco rinforzo.

Ti parlo di una cosa e del suo antonimo (ciò che comunemente si chiama “contrario” anche quando i due termini non possiedono in realtà gradazioni intermedie).
Quindi gli elementi in gioco sono:

  • un soggetto espresso;
  • l’antonimo del primo soggetto, espresso anch’esso.

Antonomasia
Sostituire un nome proprio con una perifrasi o un termine che ne indichino la qualità per eccellenza (e viceversa); richiamare un’immagine di valore universale, acquisita come segno, per rappresentare una realtà che ad essa si richiama.

Mi riferisco ad un soggetto (inespresso) descrivendone invece la qualità astratta che meglio lo rappresenta.
Quindi gli elementi in gioco sono:

  • un soggetto inespresso;
  • un valore astratto e universale o la qualità che meglio rappresenti il soggetto.

Apostrofe
Rivolgersi direttamente ad una persona o ad una cosa personificata, presente o assente, interrompendo lo sviluppo del discorso.

Mi rivolgo ad una persona o ad una cosa dopo aver iniziato un discorso rivolto a te.
Quindi gli elementi in gioco sono:

  • un discorso precedentemente iniziato e che ha come destinatario un soggetto;
  • un discorso che ha come destinatatio un soggetto differente, sia che sia una persona sia che sia una cosa.

Anticlimax
Disporre frasi, sostantivi e aggettivi in una progressione discendente.

Ti parlo di una cosa e delle sue qualità (o di più cose diverse) mettendole in ordine decrescente, ovvero togliendo via via drammaticità al discorso.
Quindi gli elementi in gioco sono:

  • una serie di soggetti espressi (solitamente tre, ma questo non è necessario) in grado di richiamare ognuno una carica emotiva diversa ma ordinabile per intensità;
  • la sequenza discendente di detta carica emotiva.

Catacresi
Utilizzare un aggettivo con un senso più ampio: “muto” o “nudo” per “privo”, “fioco” per “stanco”.

Ti parlo di una cosa esasperandone una sua qualità mediante un aggettivo altrimenti improprio.
Quindi gli elementi in gioco sono:

  • una qualità (inespressa) di un soggetto espresso;
  • un aggettivo più ampio che esprima quella qualità.

Climax
Disporre frasi, sostantivi e aggettivi in progressione ascendente.

Ti parlo di una cosa e delle sue qualità (o di più cose diverse) mettendole in ordine crescente, ovvero aggiungendo via via drammaticità al discorso.
Quindi gli elementi in gioco sono:

  • una serie di soggetti espressi (solitamente tre, ma questo non è necessario) in grado di richiamare ognuno una carica emotiva diversa ma ordinabile per intensità;
  • la sequenza ascendente di detta carica emotiva.

Deissi
Richiamare l’attenzione su di un oggetto particolare cui si fa riferimento mediante elementi linguistici che concorrono a identificare in modo preciso l’oggetto.

Diafora
Ripetere una parola già usata in precedenza utilizzandola però con un nuovo significato o una sfumatura di significato diversa.

Disfemismo
Sostituire ad un aggettivo affettuoso un altro di per sé sgradevole, ma senza dare un tono offensivo: birbante. E’ il procedimento opposto dell’eufemismo.

Dittologia
Utilizzare una coppia di vocaboli dal significato affine o dalla forma morfologica equivalente collegati tra loro dalla congiunzione “e”.

Ellissi
Eliminare all’interno di un particolare enunciato alcuni elementi per conseguire un particolare effetto di concisione e icasticità.

Enallage
Scambiare tra di loro tempi e modi del verbo oppure usare l’aggettivo al posto dell’avverbio o il sostantivo al posto del verbo.

Endiadi
Sostituire al complemento di specificazione la congiunzione “e”.

Epanodo
Riprendere con aggiunta di particolari una o più parole enunciate precedentemente.

Epanortosi
Ritornare su di una determinata affermazione per attenuarla o per correggerla: ma che dico….

Eufemismo
Sostituire ad un aggettivo sgradevole, irriguardoso o delicato un altro di per sé positivo per attenuare la forza di ciò che si sta comunicando (per quanto poi spesso, nel linguaggio parlato, lo si fa seguire da una formula del tipo “tanto per usare un eufemismo”, con cui si intende sottolineare il fatto che si ha avuto riguardo verso i presenti). E’ il procedimento opposto del disfemismo.

Hysteron proteron
Invertire l’ordine temporale degli avvenimenti, per cui viene posto prima ciò che logicamente andrebbe posto dopo.

Ipallage
Attribuire a un termine di una frase una qualificazione, determinazione o specificazione che spetterebbe a un altro termine.

Iperbole
Esprimere in termini esagerati un concetto per difetto o per eccesso: un milione di, un mare di, più lontano della luna.

Litote
Attenuare un concetto mediante la negazione del contrario.

Metafora
Sostituire un’idea con una frase figurata legata a quell’idea da un rapporto di somiglianza; uso di un elemento, non nel significato proprio, ma per rappresentare un’immagine che questo richiama.

Metonimia
Usare il nome della causa o del contenitore per quello dell’effetto o del contenuto. Nel caso di un’immagine, si mostra ciò che c’era prima e si fa capire l’uso che ne è stato o che ne verrà fatto.

Ossimoro
Antitesi di singole parole che vengono accostate con effetti paradossali: acuto e sciocco.

Paronimia
Accostare due o più parole di suono simile ma di diverso significato.

Preterizione
Fingere di voler tacere ciò che in realtà si sta dicendo: non ti dico che… Nel caso di un’immagine, questa viene determinata nel momento in cui le viene negata la possibilità di precisarsi, di mettersi a fuoco.

Reticenza
Interrompere e lasciare in sospeso una frase facendone intuire la conclusione a chi ascolta.

Similitudine
Paragonare immagini, cose, persone e situazioni attraverso la mediazione di avverbi di paragone.

Sineddoche
Utilizzare in senso figurato di una parola: parte per il tutto, tutto per la parte, singolare per plurale; immagine che abbia rapporti di quantità con la realtà cui si vuole alludere.

Sinestesia
Associare sostantivi e aggettivi appartenenti a sfere sensoriali diverse: lamento amaro, urlo nero, fresco mormorio.

Annunci