Cos’è un dialetto

Posted on 16 ottobre 2008

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No, no: non mi ci provo nemmeno a definire lingua e dialetto.
Ci pensano già altri.

Alcuni dei quali inaspettati: Luca Dell’Anna teneva fino a un annetto fa un blog molto brillante con il quale intrattenere i soliti quindici lettori su temi di musica e varie amenità. Ripropongo qui, con il suo consenso, un articolo davvero divertente in cui tracciava un parallelo tra il dialetto e il groove .

Il groove è l’impeto, lo slancio, il fervore o il trasporto che un musicista infonde nella sua esecuzione: termine musicale che deriva dall’espressione “to be in the groove“, usato nello slang jazz dal 1920 circa col significato di “suonare bene”, “stare nel solco (del disco)”, il termine si diffuse grazie alla composizione “In the groove”, della pianista Mary Lou Williams – nome d’arte di Mary Elfrieda Williams, nata Scruggs.
Riporto alcuni miei commenti in fondo.

The Groove: elogio dello zozzo
15 Novembre 2006

Dal momento che nel post precedente ho usato con leggerezza imperdonabile la parola groove provo a darne una definizione, più per capirci qualcosa io che altro.

Il groove, che la primitiva ed incolta razza dei musicisti come me chiama a volte anche il tiro evocando effetti in verità più sordidi che esaltanti, è qualcosa di cui tutti conoscono l’esistenza ma a pensarci bene è abbastanza difficile da inquadrare e da definire.

E’ uno di quei bei concetti pericolosi e spinosi che inducono i veri pignolini da forum a guarnire con IMHO ogni frase che li tiri in ballo, o i più accaniti troll più o meno consapevoli a scagliarsi con ascia e mazza chiodata l’uno contro l’altro per il semplice fatto di aver detto “quello là ha più groove di quell’altro là”. Già, perchè purtroppo nessuno ha ancora stilato un codice del bello e del brutto assoluti, in modo che finalmente ci si possa scrollare di dosso tutte quelle inutili cortesie ed il rispetto del gusto altrui e poter dire, nel pieno rispetto della legge: “il mio guitar hero è bravo, il tuo è un pirla”. Quindi, fino a quando l’Accademia della Crusca musicale internazionale non si decide a stendere il definitivo Codice del Bello e del Brutto Universali, ci tocca riconoscere la parzialità dei gusti e delle idee e, ahinoi, rispettare quelle altrui. Quindi, a malincuore, premetto che proverò a spiegare quello che il groove è secondo me . Il che ovviamente corrisponde all’unica e assoluta verità universale, ma l’uomo non lo scoprirà che fra un migliaio di anni. Pazienza, posso aspettare.

Per spiegare cos’è per me il groove comincerò ovviamente portando esempi non pertinenti, in modo da generare quel sufficiente livello di confusione nel lettore da indurlo credere che, in fin dei conti, io abbia detto delle cose intelligenti.
Dunque: perchè ci piacciono i dialetti?

Perchè chi parla un dialetto ci suscita emozioni indipendententemente da quello che sta dicendo? Può dire cose serissime ma a noi scappa da ridere lo stesso, perchè? Ad alcuni un dialetto può dare fastidio fino ad essere irritante, inascoltabile. Altri dialetti ci fanno ridere. Indipendente dal significato portato dalle parole stesse. Provocano comunque una reazione diversa dall’italiano corrente, andando a caricarsi di una serie di “meta-significati” che non hanno nulla a che vedere con il contenuto delle parole. Ancora una volta entrano in ballo forma e contenuto, e la forma arriva a diventare “sostanza” centrale, ricca di contenuti e significati. Il dialetto colpisce l’ascoltatore per il carattere goffo, caricaturale o eccessivo di certi suoni o parole bizzarre, o per la costruzione sintattica insolita, più che per il contenuto globale dei significati da esso veicolati. Quello che colpisce quindi è la forma del canale su cui passano le parole, non quello che le parole stesse vogliono dire.

Ma perchè il dialetto è più gustoso dell’italiano?
Tutti, chi più chi meno, abbiamo il gusto del “buffo”. Il buffo è qualcosa a mio parere di leggermente diverso dal “comico”. O forse è qualcosa che si trova nella stessa direzione, ma ad un livello meno esplosivo. E’ il gusto per la leggera esagerazione, per il tratto marcato, è il particolare nascosto che, portato alla luce rispetto agli altri, mette in evidenza i suoi paradossi e le sue contraddizioni. O forse è anche solo l’enfasi su un aspetto degno di attenzione, che stuzzica l’intelletto e risveglia inaspettate connessioni con altri, connessioni che ad un primo sguardo erano nascoste. Quindi quello che ci fa sorridere è lo scoprire, con evidenza, un’imperfezione improvvisa rispetto al modello linguistico e basilare. E ci fa sorridere forse perchè stabiliamo con questa imperfezione un rapporto empatico, quasi di affetto. Perchè noi siamo fatti di imperfezioni, e riconoscerle nel mondo, fuori da noi, in un suono o in una parola pronunciata “strana” ci porta a sintonizzarci con la nostra natura imperfetta e provare una compassione benevola, divertita verso il nostro “non-eroismo”.

Il dialetto quindi ci piace il più delle volte perchè è buffo, è caricaturale, e ci piace perchè l’elemento caricaturale, imperfetto, è parte di noi. E ci piace perchè ci piace “gustare” questa imperfezione divertente, e perchè riconosciamo in essa una delle sostanze base e più usuali della nostra vita. In effetti la maggior parte del tempo che passiamo con gli amici, con le persone a noi vicine con le quali non siamo obbligati a tenere un contegno formale la passiamo a fare battute, inventare facezie, ripetere le stesse stupidate all’infinito. La nostra vita quotidiana è fatta per gran parte di questo, ed è nell’espressività imperfetta, irriverente, zoppicante che il linguaggio diventa più ricco e gustoso.
Uno spassionato elogio della genuina minchiata, quindi, per arrivare a dire che sono convinto che attraverso questo canale dell’imperfezione, della caricatura, non passino solo sensazioni “buffe” e divertenti, ma anche un’espressività fortemente energetica e comunicativa. E che quindi la forte comunicatività di un musicista, di un attore, vanno a colpire con più efficacia e scatenano tanta più energia quanto più riescono a mettersi in sintonia con quella che potremmo definire l’onda espressiva dell’imperfezione umana dell’ascoltatore.
Una definizione decisamente naive, son qua che sto decidendo se cambiarla o no.

…ma no, la tengo.
Però non è così facile. Come ho detto prima, il “buffo” è tale quando ci fa riflettere e stravolge in modo inaspettato qualcosa di vicino a noi, nel quale possiamo riconoscere quindi un’affinità con i nostri modelli formali, che dal grottesco appunto vengono distorti. Ma tanto più il modello formale di riferimento si allontana da noi, tanto più sarà difficile mettersi in sintonia con la carica meta-linguistica ed espressiva della sua “imperfettizzazione” (mi faranno una multa per questa). Insomma in termini concreti, imitare il dialetto svizzero fa più ridere a Milano che a Ferrara. Se sentiamo un irresistibile comico afghano imitare un dialetto afghano davanti a un’audience in lacrime per le risate sarà difficile che riusciamo a condividere il loro divertimento, anche se abbiamo il più bravo traduttore del mondo, che ci può spiegare il significato dei vocaboli ma non la forza espressiva della distorsione della lingua base.

Per esempio io adoro Enzo Jannacci. Vederlo farfugliare le sue parole a vanvera con la bocca impastata mentre segue il filo casuale dei suoi pensieri illogici, con quella pronuncia assurda e quella gestualità goffa, non solo mi fa ridere fino alle lacrime, ma mi dà anche un’energia, una carica diretta e presente, che mi tiene incollato sulla sedia come incantato. Ma questo perchè la sua goffaggine è il modello “lievemente” distorto del mondo in cui ho sempre vissuto io, dei dialetti che ho sentito parlare da mio padre e dai miei zii, è in risonanza con tutto il mio vissuto. Naturalmente a chiunque non abbia questo vissuto, anche semplicemente a chi non senta intorno a sè parlare milanese di frequente ogni giorno, non può fare lo stesso effetto.
Quindi, questa comunicatività fortemente imparentata con il “buffo”, così energetica e diretta, è un sottilissimo e delicatissimo equilibrio fra l’aderenza a un linguaggio formale condiviso con l’ascoltatore e la forzatura verso l’imperfezione. Ma l’equilibrio è fragilissimo e ci mette un attimo a strapparsi. Ecco perchè il Tao come illustrazione del post. Troppo formalismo porta alla gigioneria, alla sindrome dell’ “attorone”, troppa distorsione porta alla volgarità gratuita ed avvilente. E ci sono grosse quantità di esempi per entrambi questi eccessi. Ovviamente ci sono comunicatori che riescono ad essere più universali in questo equilibrio perchè sanno condividere il linguaggio formale con un più vasto numero di ascoltatori e trovarne anche la chiave espressiva “viva”, imperfetta e pulsante che sia condivisibile e comprensibile da più persone. Infatti Jannacci a San Remo era proprio fuori luogo, poverino.

Ecco cos’è il groove in musica, secondo me. E’ l’equilibrio fra la “sporcizia” nell’esecuzione e la chiarezza nell’esposizione del linguaggio formale. E’ la sicurezza di chi ha digerito e metabolizzato profondamente il linguaggio e non ha paura di essere impreciso nella sua esecuzione. Anzi, che ricerca l’imperfezione proprio perchè apprezza quell’imprecisione e quella “gustosità” nell’incedere imperfetto e l’ha fatta sua. Proprio come chi ama un dialetto e lo parla, e quando lo parla ti gasa, e poi lo parli anche tu.

Proprio come per i dialetti quindi c’è un “dialetto del groove” per ogni linguaggio musicale, ma il denominatore comune rimane. Tutte le musiche popolari, specialmente se sono ancora vive, vicine alla terra, hanno una particolare “sporcizia” esecutiva che i musicisti ricercano, coltivano, studiano.
Questo è l’inizio di un brano di musica irlandese: sentite che pronuncia assurda.
Oppure ancora lo zio Tom: Tom Waits in Pasties and a G-String. Qui c’è tutto. La sporcizia della voce, l’imprecisione “rotolante” e zoppicante del tempo, sulla struttura formale dello scat degli entertainers jazz più classico, e della ritmica del tip-tap.

Ancora: il più grande e puro dei portavoce della sporcizia nel jazz: Thelonius Monk.
Oppure un esempio più vicino a noi: il classico fraseggio claudicante della fisarmonica liscio. Tutta la pronuncia stentata, il tempo tirato all’indietro, i respiri nei posti giusti, sono coltivati e preservati con cura dai nostri fisarmonicisti. Solo sentendo queste poche note già si immagina la gestualità, l’espressione del volto, addirittura il modo di parlare. Questo modo di fraseggiare e respirare è intimamente romagnolo. E questo è il vero groove di questo particolare linguaggio.
Oppure il pezzo più groovoso di uno dei gruppi più groovosi della storia recente: Mellowship slinky in b major dei Red Hot Chili Peppers. Sentite come l’andatura del tempo è sporca e forzatamente tirata indietro, il suono com’è crudo. Yea. Finito di scrivere qui vado a pogare.
Eccetera, eccetera.

La musica ovviamente è un linguaggio, e come il linguaggio vive e si evolve, e spesso le sue evoluzioni seguono correnti “popolari” che sfuggono ai canoni della cultura ufficiale e prendono le strade che vogliono. Quindi la sporcizia stessa si evolve fino a trasformarsi in nuove forme cristalline, pronte per essere poi nuovamente “ravvivate” e rese più gustose e ricche dai suoi dialetti. Questa per esempio è la strada che ha portato dal Boogie Woogie delle orchestre da ballo al più crudo Rock ‘n’ Roll, che poi si è “sporcato” sempre di più nel tempo fino a cristallizzarsi nell’hard rock, per poi sporcarsi ancora di più e diventare heavy metal, per poi arrivare alle sue frange più estreme , diramandosi in un milione di trash, dark, gothic, speed, etc.
Quello che traina l’evoluzione di un linguaggio (musicale e non) è il gusto per alcuni suoi aspetti peculiari, estremizzato e “abnormizzato” fino a diventare linguaggio esso stesso. In mezzo a questo treno evolutivo si formano delle forme di lieve equilibrio che diventano i punti chiave, e fungono da riferimento per future distorsioni ed evoluzioni.

In definitiva, elogio della sporcizia. Viva lo zozzo, ma attenzione:

Il musicista ha da puzzare, ma non troppo.

In realtà il dialetto di cui parla Luca è un “dialetto relativo ad una lingua”, ovvero una lingua “diversa” da quella correntemente parlata (e ben cristallizzata). Il suo discorso non funzionerebbe tenendo in considerazione chi parla (o parlava) solamente il proprio dialetto: c’è bisogno della conoscenza di una lingua “formalizzata” e di una sua “distorsione”. Quindi potrei proporre di sostituire, in questo suo post, il dialetto con il grammelot, che anche un qualsiasi contadino occitano, veneto o lombardo poteva percepire, nel Medioevo, carico della stessa forza “deformante” che noi possiamo ritrovare in un dialetto.

Potrei proporre il grammelot, dicevo, se non fosse che l’intenzione di quest’ultimo è già dichiaratamente comica, mentre Luca parla di effetti imprevisti, secondari. In definitiva, l’articolo va benissimo così com’è, e se anche non offre una definizione di dialetto ne descrive molte dinamiche che potrebbero essere tenute in considerazione al momento di volerlo definire.

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