Italianizzare prima, anglicizzare poi

Posted on 17 ottobre 2008

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Le lingue sono state spesso in relazione tra di loro: due lingue geograficamente vicine si trasmettono talvolta lessico e termini per una serie di motivi (non ultimo il fascino dell’esotico). Così in Italiano sono stati introdotti termini stranieri secondo modalità complesse, non sempre generalizzabili.

Di sicuro il fenomeno è facile se si considerano ambiti molto specifici e settoriali in cui vengono adottati termini stranieri sentiti come “autorevoli”: parole tedesche per argomenti di filosofia, parole inglesi in seguito all’introduzione, dopo la seconda guerra mondiale, di prodotti e infrastrutture, parole americane per argomenti di marketing o informatica…

Non sempre, però, c’è piena permeabilità tra due lingue prossime. Il fascino dell’esotico va bene, ma la lingua madre è pur sempre la lingua madre. In Italiano lo si può notare dal modo in cui sono state pronunciate parole di origine straniera, inizialmente percepite come “difficili”: così abbiamo avuto

  • Tramway, pronunciato “tramvài” e non /ˈtræmˌweɪ/
  • Shampoo, pronunciato “sciampo” e non /ʃæmˈpu/
  • Water(Closet), pronunciato “vàter” e non /ˈwɒtər/

Ma non solo: quando il mercato ha cominciato a proporre all’acquirente italiano prodotti provenienti dall’estero, questi sono stati reclamizzati leggendone il nome così come avrebbe fatto l’acquirente, di modo che la vista dell’etichetta potesse riportare immediatamente alla memoria lo slogan. Così abbiamo avuto

  • Clear (“pulito”): lo si è pronunciato “cléar” invece di /klɪər/
  • Caffé Sao: lo si è pronunciato “sao” invece di /so/
  • Palmolive: lo si è pronunciato “palmolìve” invece di /pɑmolaɪv/
  • Ace (“asso”): lo si è pronunciato “àce” invece di /eɪs/
  • Colgate: lo si è pronunciato “colgàte” invece di /kolgeɪt/
  • Lines (“linee”): lo si è pronunicato “lìnes” invece di /laɪns/
  • Carefree (“spensierato”): lo si è pronunciato “carefrèe” invece di /ˈkɛərˌfri/

E con questo avrei finito. Però…
Però ultimamente la tendenza si è invertita. La familiarità che il parlante ha con i suoni e l’ortografia della lingua inglese porta a letture che talvolta eccedono nel senso opposto. Quarant’anni di americano e inglese stanno cominciando a portare i loro frutti.

Così a Radio Popolare si è sentito pubblicizzare un concerto di Davide Van De Sfroos pronunciandone però il cognome (in realtà nome d’arte) come “vandesfruuz” in luogo di /vandesˌfros/. D’accordo, un nome con le due “o” non lo si vede tutti i giorni… ma ciò non significa che sia necessariamente inglese. E difatti è laghéè, una variante del dialetto comasco.

Questa della doppia “o” dev’essere una caratteristica dei dialetti. Mi viene in mente il “Gesoo” del Vernacoliere… :)

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