Etimologia di OK [Updated]

Posted on 20 ottobre 2008

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Nel 1838, a Boston, i quotidiani avevano cominciato ad abbreviare qualsiasi locuzione per ottenere effetti comici. Si poteva leggere NG per “no go“, SP per “small potatoes“, OFM per “our first men“. GT significava “gone to Texas“. Effetti altrettanto umoristici, poi, si potevano ottenere ricavando l’abbreviazione da una trascrizione distorta della frase. OW (e qui ci stiamo avvicinando) stava per “oll wright“, KY per “know yuse“, KG per “know go“, NS per “nuff said“.

Il 23 marzo 1839, nel “Boston Morning Post“, appare per la prima volta l’acronimo “OK” nella forma “o.k.”:

[…] he of the Journal, and his train-band, would have the ‘contributions box,’ et ceteras, o.k. — all correct — and cause the corks to fly.

OK fu dunque un’abbreviazione tra le tante, e stava per “oll korrect“.

Come le altre era probabilmente destinata ad essere dimenticata, se non fosse che l’anno successivo, per le elezioni presidenziali del 1840, i sostenitori di Martin Van Buren adottarono proprio quella sigla come nome del loro circolo politico giocando su di un doppio significato. Dice il “Dizionario Etimologico” di Tullio De Mauro (Garzanti):

Prima delle elezioni presidenziali del 1840 a New York venne fondato l’O.K. Club, un circolo di sostenitori del presidente democratico Martin Van Buren, il cui nome alludeva a “Old Kinderhook”, nomignolo del presidente dal suo luogo di nascita, Kinderhook, New York.

La diffusione di questa tendenza all’abbreviazione, che da Boston era già rapidamente passata a New York e a New Orleans, avrebbe dovuto rendere più simpatico e orecchiabile il nome del club; naturalmente gli avversari cominciarono ad attribuire alla sigla ogni possibile significato denigratorio, quale “Out of Kash“, “Out of Kredit“, “Out of Klothes“.
Ci si misero pure i giornalisti a fornire interpretazioni ancora più assurde, quali “Oll Killed“, “Orfully Konfused“, “Often Kontradicts“, eccetera. Naturalmente il risultato fu quello di radicare la sigla (e il suo senso iniziale) nelle menti dei lettori.

Questa etimologia di “OK” è la più plausibile tra tutte quelle proposte; è frutto del professor Allen Walker Read, della Columbia University, che l’ha pubblicata in alcuni articoli apparsi nel 1963 su “American Speech”.

Ma la cosa veramente buffa sono le infinite altre interpretazioni date all’origine della sigla “OK”.
Molte sono davvero improbabili:

  • “Deriva dalla lingua dei Choctaw, una popolazione nativa americana, che presenta “okeh” con la stessa pronuncia e lo stesso significato”.
    La lingua dei Choctaw appartiene alla famiglia Muskogean e, a partire dai primi anni dell’Ottocento, è stata per un certo periodo di tempo la lingua franca della Frontiera: il che significa che veniva utilizzata come ponte, come lingua veicolare, sia da bianchi che da nativi. La stessa cosa che capitò con il greco, il latino o l’aramaico, per intenderci. O che sta capitando di questi tempi con l’inglese e l’arabo. “Okay” si traduce però come “ohmi“.
  • “In lingua Bantu “uou-key” (trascrizione fonetica) sta per “certamente sì”: l’espressione potrebbe così essere filtrata dalla lingua degli schiavi africani nell’uso americano”.
    Non esiste una lingua Bantu, al singolare: le lingue bantu raccolgono la quasi metà delle 1200 lingue parlate in Africa totalizzando più di 100 milioni di parlanti (nonché una ventina di paesi). Le lingue bantu più diffuse sono
  • lo Swahili (30 milioni di persone, in Africa Orientale: “sì” si dice ndiyo),
  • il Chichewa (9 milioni di persone, in Malawi: “sì” si dice inde),
  • il Kirundi/Kinyarwanda (8 milioni di persone, in Ruanda e Burundi: “sì” si dice ye),
  • il Kiluba (6 milioni di persone, nella Repubblica Democratica del Congo: “sì” si dice ee, eyo),
  • le lingue dell’Africa australe (quali lo Zulu; 5 milioni di persone, in Sudafrica e Zimbabwe: “sì” si dice yebo),
  • il Kimbundu (2,5 milioni di persone, in Angola: non l’ho trovato),
  • il Nyanja (4 milioni di persone, in Zambia e Malawi: non l’ho trovato),
  • il Luganda (4 milioni di persone, in Uganda: “sì” si dice yee),
  • il Bemba (1,5 milioni di persone, in Zambia: “sì” si dice e).

Il dittongo // è presente solamente nel Kiluba: chissà se deriva da lì… Ho cercato un po’ in giro, e la cosa più simile a /k/ che ho trovato è keji, ma sta per “pesce gatto del Bagrid” (Chrysichthys nigrodigitatus).

  • “E’ semplicemente il contrario di KO (“Knock Out”, al tappeto), a cui è stato assegnato conseguentemente il significato opposto”.
    Falsa etimologia per analogia?
  • “Deriva dal latino Omnia Correcta (tutto corretto)”.
    Certo. Dal latino. Come no…
  • “Deriva dal greco Ola Kalà (tutto bene)”.
    Certo. Dal greco. Come no…
  • “Deriva dal tedesco Ordnungsgemäß Kontrolliert (adeguatamente controllato)”.
    Ma allora, la smettiamo?
  • “Deriva dall’antico francese “oc”, che significa sì”.
    Parallelo tra Boston e Cuneo? Cosa ne penseranno i miei amici della Val Maira?

Innumerevoli sono poi le teorie che riconducono la locuzione all’acronimo di un nome proprio, solitamente una persona preposta al controllo di prodotti, contratti o trattative, elenchi o altro. Qualcuno insomma che possa dire se va tutto bene o no: Obadiah Kelly, Old Keokuk, Otto Kaiser…

La versione più diffusa è quella del “zero killed”, e recita così: durante la guerra di secessione americana (o qualsiasi altra guerra) nei bollettini dal fronte si utilizzava la sigla “0 K.”, ovvero “zero” (pronunciato anche “oh“) e “key” come abbreviazione di killed, ‘ucciso’: “nessuna perdita”. Da cui nascerebbe anche il corrispondente gesto da farsi con la mano: il pollice e l’indice disegnano lo zero, le restanti tre dita simulano una specie di “K”.

Ed è questa, la versione che mi fa ridere… Perché in tal caso il segnale risponde esattamente all’esigenza del momento ma non si può adattare ad altri usi, non se ne può ipotizzare un uso alternativo. Provate voi, con questo sistema, a segnalare “2 killed” :)

AGGIORNAMENTO (24 maggio 2011):
L’utente Jonathon Greeen, sul social network Quora, risponde alla domanda “Is it true that ‘O.K.’ comes from ‘zerO Killed’, a phrase used by pilots during WWII after a mission without casualties?” citando altre possibili attestazioni di “o.k.” precedenti il 1838:

1816 M. Lewis 28 Apr. in Journal of a West India Proprietor (1834) 308: A negro was brought to England, and the first point shown him being the chalky cliffs of Dover, ‘O ki! ’ he said; ‘me know now what makes the buckras all so white!’

1823 Account of Mary M’Kinnon 50: All you maidens who love the game, Put on your mourning veils again. O K—, the wicked life I did spend, Has brough me to an untimely end

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