Parole di guerra [Updated]

Posted on 14 novembre 2008

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Che la propaganda sia un fenomeno comunicativo fortemente legato ad attività militari non è certo un segreto per nessuno. Il nemico va demonizzato e dipinto nel peggiore dei modi possibili per creare consenso attorno all’idea di spendere risorse per attaccarlo (o, com’è sostenuto da Theo van Leeuwen, in “Encyclopedia of Language and Linguistics”, per giustificare il maggiore sacrificio richiesto alla popolazione a partire dalla prima guerra mondiale).

La propaganda (diffusione di idee religiose, politiche o economiche condotta in modo spesso sotterraneo e comunque finalizzato ad attrarre consensi e adesioni emotive di massa) conosce poi un particolare modulo retorico che è quello della rimozione di ogni traccia che il nemico ha nella propria cultura. Il che significa, spesso, la rimozione di parole straniere introdotte a suo tempo nella propria lingua.
Nomi di strade, grafie dei cognomi, termini specialistici o meno utilizzati in alcuni ambiti vengono sostituiti da nomi, grafie e parole “di noialtri”, i buoni.

Questa cosa succede anche con il nome di alcuni cibi.

1. “Hot Dog” sostituisce Frankfurter:

frankfurter
Attestato in americano a partire dal 1877 come “frankfort sausage” e dal 1894 come “frankfurter”, è il nome di una delle salsicce affumicate più conosciute della Germania, diffuse sin dal XIII secolo. La prima attestazione di abbreviazione in “frank” è del 1936, quando però il termine era già molto meno utilizzato.

hot dog
La locuzione “hot dog” appare per la prima volta su “Yale Record”, dell’Università di Yale, il 19 Ottobre 1895, ma viene diffusa dieci anni dopo dal cartoonist T. A. Dorgan (lo stesso autore di locuzioni quali “hard boiled“, “malarkey” o “kibitzer“). Pare che il termine volesse dare corpo al sospetto secondo cui negli Stati Uniti le salsicce venissero talvolta prodotte utilizzando carne di cane. Dal 1906 diventa espressione di approvazione.
Rimpiazza quasi completamente il nome “frankfurter” durante la Prima Guerra Mondiale per epurare la lingua americana di termini tedeschi.

AGGIORNAMENTO:
Un recente articolo sull’etimologia di “Hot-dog” è alla pagina http://www.visualthesaurus.com/cm/wordroutes/2847, in inglese, dove si fa risalire la prima attestazione del termine al 31 dicembre 1892, in un articolo del Paterson Daily Press.
Cito:

Morris opened a restaurant in Paterson, but then “drifted into the frankfurter peddling business,” according to his obituary. (The 1900 census lists his occupation as “Peddler, Frankfurter.”) An 1886 article said of Morris, “As is well known he goes about the city supplying the saloons with Frankfort sausage, herring and rolls.” But it was only later that his wares came to be known as “hot dogs” — Morris is identified as the city’s “hot dog man” in articles in 1894 and 1897. (In the latter article, it was reported that Morris was “convicted of keeping a disorderly house,” but he received a suspended sentence because of his “previous good character.”)

2. “Salisbury Steak” sostituisce Hamburger:

hamburger
Attestato in americano nella locuzione “hamburger steak” a partire dal 1889, il suo nome deriva dalla città di Hamburg, in Germania, pur non essendovi prova di una connessione diretta (se non che, dal porto di Amburgo, sono partiti numerosissimi emigranti diretti verso le Americhe e provenienti dalle città europee più disparate, con relative abitudini alimentari). L’abbreviazione “burger” e il suo utilizzo come suffisso sono attestati a partire dal 1939.

Salisbury steak
Il fisico e dietologo James John Salisbury (1823-1905) propone nel 1897 l’utilizzo del proprio cognome per indicare l’hamburger.
Durante la Prima Guerra Mondiale venne proposto di utilizzare “Salisbury steak” al posto di “hamburger” per eliminare dall’americano il maggior numero di termini tedeschi, ma l’esperimento non ebbe la diffusione sperata (fonte: Henry Louis Mencken).

3. “Freedom fries” sostituisce “french fries”:

french
Come sostantivo viene utilizzato dal 1895 per indicare un linguaggio sconveniente (“pardon my French”); come aggettivo viene spesso accostato al cibo o al sesso:
– dal 1660 “french toast”: pane inzuppato di uovo e latte e saltato in padella.
– dal 1856 “french letter”: profilattico, preservativo.
– dal 1894  “french fried potatoes”, che dal 1918 viene abbreviato in americano come “french fries”.
– dal 1900 “french dressing”: vinaigrette, condimento per insalata basato su aceto o limone.
– dal 1917 “to french” (come verbo): praticare sesso orale.
– dal 1923 “french kiss”: bacio intimo, profondo.

Dal 1771, nel frattempo, si è cominciato ad utilizzare “to take French leave” per “sgattaiolare via, lasciare l’albergo senza pagare il conto”. Ovviamente in francese viene detto “filer à l’anglaise“…

freedom fries
E’ il caso più recente: trovate tutto alla pagina http://en.wikipedia.org/wiki/Freedom_fries.

AGGIORNAMENTO (Maggio 2011):
Sull’argomento della propaganda vi segnalo una bella presentazione di 44 pagine, in PDF (1, 54MB), di Annamaria Testa, dal titolo “Pubblicità e propaganda: somiglianze, differenze, aree grigie“. Per definire adeguatamente pubblicità e propaganda, peraltro, l’autrice parte con l’utilizzo dei vocabolari online attualemente disponibili, cosa che incrocia un altro tema trattato in questo blog.
La segnalazione mi è giunta via http://mestierediscrivere.splinder.com/

AGGIORNAMENTO (Ottobre 2011):
Vi cito qui di seguito l’introduzione al saggio “War Rhetoric” di T. van Leeuwen, pubblicato su “Encyclopedia of Language and Linguistics“, edizione del 2006:

With its massive conscript armies and unprecedented carnage, the First World War required greater support and greater sacrifices from the population than any previous war. As a result war propaganda grew in importance, and the then relatively new medium of the mass press played a crucial role in mobilizing public opinion in favor of the war. Soon after, the study of war propaganda, and of public opinion generally, became a new field in American political science. Harold Lasswell’s Propaganda techniques in the World War (1927) is still a classic in the field. In this book Lasswell identified key propaganda strategies, such as the demonization of the enemy leader, the need to couch war propaganda in terms of defense, the exaggeration of atrocities, and the need to devise different justifications for different groups in the population on the basis of their different interests.
All these strategies can still be seen at work in contemporary war rhetoric. Lasswell was no linguist, and in subsequent years propaganda would primarily be studied by historians and political scientists, with relatively little systematic analysis of the linguistic means by which it was realized. The use of language in Nazi propaganda, with its vast set of bureaucratic terms and acronyms and its astounding euphemisms, such as Sonderbehandlung ‘special treatment’ for ‘execution,’ and Endlo¨ sung ‘final solution’ for ‘the extermination of the Jews,’ was an exception.
A well-known example is the work of Victor Klemperer, a Jewish professor of linguistics in Dresden who, in 1933, was forced out of his job and forbidden to publish by the Nazis, and who throughout the subsequent years recorded his observations of Nazi language, eventually publishing them as The language of the Third Reich–LTI–Lingua Tertii Imperii: a philologist’s notebook (2000). More recent discussions of Nazi language include Wodak and De Cilla (1988) and Ehlich (1989). Several lexicons of Nazi language have appeared (e.g., Michael and Doerr, 2002).

  • Ehlich K (1989). Sprache im Faschismus. Frankfurt am Main: Suhrkamp.
  • Klemperer V (2000). The language of the Third Reich–LTI–Lingua Tertii Imperii: a philologist’s notebook. New Brunswick, N. J.: Athlone Press.
  • Michael R & Doerr K (2002). Nazi-Deutsch/Nazi German: an English lexicon of the language of the Third Reich. Westport, Conn.: Greenwood Press.
  • Wodak R & DeCilla R (1988). Antisemitismus: Ausstellungskatalog. Vienna: Institut fuer Wissenschaft und Kunst.