La terra al centro di tutto. Comunque.

Posted on 24 novembre 2008

1


L’eliocentrismo non è stato teorizzato per la prima volta da Copernico: lo sappiamo. E i testimoni che ce lo possono confermare sono tre: Archimede, Plutarco e Simplicio.
Tutti e tre riportano come Aristarco di Samo avesse teorizzato, nella prima metà del III secolo a.C., un moto annuo di rivoluzione della Terra attorno al Sole e un moto diurno di rotazione attorno a un asse (inclinato rispetto al piano dell’orbita). Non solo la terra non era considerata piatta: ruotava su se stessa (duecento anni dopo il senatore romano Nigidio Figulo Publio avrebbe dimostrato e detto che “la Terra gira come la ruota di un vasaio”) e girava attorno al sole. Puro eliocentrismo con mille e duecento anni di anticipo.

Tolomeo, nel II secolo d.C., rifiutò decisamente la teoria eliocentrica e propose il modello di una terra immobile al centro dell’intero universo, peraltro in accordo con le Sacre Scritture. E di per sé la cosa poteva anche starci, se non fosse che da qualche parte era ancora rimasta traccia dei nostri tre testimoni di cui sopra. Plutarco, per fare un esempio, ne scrive nel “De facie quae in orbe lunae apparet” (922F-923A).
Le parole di Plutarco erano rimaste quelle, e tali sono state tramandate (anche se con il sostanzioso contributo degli studiosi arabi): com’è stato possibile che nell’Ottocento ci si figurasse il geocentrismo come unica teoria immaginata dagli antichi astronomi, e che si accettasse che solo Copernico riuscisse, nel 1543 (anno della sua morte) a pubblicare qualche cosa che sovvertisse l’unico pensiero possibile in precedenza?
Com’è stato possibile ignorare la cultura degli antichi, nonostante le parole di Plutarco, per così tanto tempo?

Lucio Russo e Silvio M.  lo spiegano nell’articolo “Sulla presunta accusa di empietà ad Aristarco di Samo” in “Quaderni urbinati di cultura classica”, n. 53 (82), 1996, alle pagine 113-121. Traggo quanto segue da lì.

Nel XVII secolo il filologo e grammatico francese Gilles Ménage (Menagius) corregge di testa sua il testo di Plutarco in modo da farne emergere un’accusa di empietà (in questo probabilmente influenzato dai processi a Giordano Bruno e a Galileo de’ Galilei). In particolare muta un accusativo in nominativo e viceversa: nell’originale è Aristarco a suggerire che Cleante debba essere giudicato per empietà, e invece Ménage ribalta l’accusa facendone vittima Aristarco.

Tuttavia la verosimiglianza del concetto secondo cui a Plutarco possa risultare inviso l’eliocentrismo fece sì che numerosi editori successivi accettino l’emendamento (salvo qualche eccezione). Ci casca pure il nostro Giacomo Leopardi, che difatti fa confusione
Ecco nascere così l’immagine di un Aristarco in anticipo sui tempi e non capito dai contemporanei. Per tutto il Settecento e l’Ottocento si interpretano le vicende di quegli antichi greci come singole e sporadiche espressioni di genio, non di cultura diffusa, mentre a quanto pare Aristarco è stato uno scenziato in grado di influenzare il pensiero dei suoi tempi: Lucio Russo ipotizza che le idee di Aristarco siano giunte probabilmente sino ad Ipparco (uno dei più grandi astronomi greci, vissuto attorno al II secolo a.C.).

Da qui in poi continuo io. Il comportamento di Ménage è un buon esempio di confine molto labile tra domanda e offerta: è la situazione culturale in cui egli si trova (il mercato) che gli suggerisce un certo tipo di offerta, o è l’offerta di Ménage (intellettuale molto influente, all’epoca, nonché particolarmente assertivo nei suoi modi di fare) a dettare legge sul mercato e a lasciarne il segno?

Ovvero, per astrarre: la produzione di contenuti (che si tratti di saggi, programmi televisivi o articoli di cronaca) segue ciò che il pubblico vuole, o è piuttosto ciò che lo determina?
Oppure, tanto per non vedere tutto solo bianco o nero, vive in un limbo in cui entrambi i fenomeni sono veri?

Difficile deciderlo: tanto per ritornare a Ménage, la sua produzione saggistica non è sempre stata lo specchio perfetto del pensiero dell’epoca. Sarebbe limitante immaginarselo come voce di un coro: a Gilles Ménage va ad esempio riconosciuto di aver tramandato il nome e l’attività di numerose filosofe antiche, sessantacinque donne dell’epoca classica di cui si sarebbero probabilmente perse le tracce senza il suo lavoro: “Mulierum philosoparum historia“, pubblicato per la prima volta nel 1690.

D’accordo, Ménage era il precettore di Madame de Sévigné e di Madame de Lafayette, e forse voleva fare un favore alle sue pupille: tuttavia all’epoca il femminismo era ancora ben lontano dall’arrivare, e pubblicare un’opera del genere richiedeva un certo disprezzo per il pensiero dell’epoca.
La risposta alla mia domanda di poco sopra (quella del bianco o nero) sembra destinata a restare nascosta in una zona d’ombra…

Posted in: Facetiae