Parola di oggi: autoreferenziale

Posted on 27 novembre 2008

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Il termine “autoreferenziale” viene usato in logica matematica, in linguistica e in sociologia per indicare un enunciato che si basi esclusivamente su sé stesso.
Nello specifico, un enunciato autoreferenziale afferma qualcosa su (o in riferimento a) sé stesso. Avete presente “Questa frase dice il falso“? Ecco, una cosa del genere.

Visto che un enunciato è un atto linguistico, il suo essere espresso corrisponde ad un’azione e, contemporaneamente, veicola un contenuto. Se però il contenuto richiama l’azione il cerchio si chiude, e viene creato un tipico esempio di paradosso linguistico.

"Il tipo dietro di me non può vedere". Vero, direi...

“Il tizio dietro di me non vede niente”. Vero, direi: ma è vero proprio perché stai sollevando un enorme cartello che dice “Il tizio dietro di me non vede niente”. Compiendo il tuo atto linguistico fondi un mondo che altrimenti non sarebbe esistito, e da quel momento in poi ti ci puoi riferire… persino nel tuo stesso atto linguistico. Un enunciato autoreferenziale, per l’appunto.

Nel lontano 1995 Piergiorgio Odifreddi si dedicò al “paradosso del mentitore” di Epimenide di Creta, secondo cui tutti i cretesi sono bugiardi… E mentre noi siamo lì ad arrovellarci per capire se Epimenide, che è cretese, ha detto il vero o il falso, questi se ne va via sghignazzando. In “Storia apocrifa di un mentitore” Odifreddi parla di autoreferenzialità senza mai nominarla. Ma, soprattutto, colleziona un’impressionante sequenza di paradossi e storielle basati sulla menzogna.

Nel Medioevo ci si dedicò alle frasi paradossali (e al paradosso del mentitore in particolare) cercando il problema in un errore logico o nella fallibilità del linguaggio; questo secondo approccio, che è quello che mi interessa, vide ad esempio in campo Guglielmo da Ockham (1280-1349). Questi sostenne che le frasi contradditorie sono proposizioni non ben formate poiché una frase non può dire di sé stessa se è vera o è falsa. Non lo può fare e basta, perché quando si parla di verità o di falsità ci si deve riferire ad altre frasi, si deve guardare all’esterno. In questo modo Guglielmo precorreva i tempi anticipando la nozione di livelli del linguaggio: per poter trattare del contenuto di una frase ci si deve spostare su di un piano diverso, metalinguistico. Ovvero, bisogna adottare una lingua che parli della lingua.

La stessa autoreferenzialità l’abbiamo evidenziata poco fa dicendo che l’atto linguistico mette insieme il fare e il dire (e che il dire si può riferire al fare): la presenza, in un’unico enunciato, di due livelli completamente differenti ma contemporanei, apre la possibilità che uno fondi la propria esistenza sull’altro, cosa che Guglielmo voleva evitare.

Ma nell’articolo di Odifreddi viene citato, tra gli altri, un nome che a me fa molto spavento. Kurt Gödel. Quell’uomo è riuscito a dimostrare l’impossibilità di parlare della verità da parte di un linguaggio (matematico) all’interno del linguaggio stesso. In questo modo Gödel ha dimostrato in maniera precisa l’intuizione di Guglielmo da Ockham, secondo cui il concetto di verità deve stare al di fuori del linguaggio, in un metalinguaggio.
Niente male, per un filosofo del tredicesimo secolo.

A chi sia poi appassionato di matematica consiglio di leggere questo articolo di Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Concetto_primitivo.

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