Come si apprende una seconda lingua

Posted on 16 dicembre 2008

2


L’apprendimento di una seconda lingua (per gli anglofoni Second Language Acquisition, da cui l’acronimo SLA) è uno degli argomenti di linguistica che ha maggiori collegamenti e dipendenze con tutti gli altri. Da diversi anni i linguisti si occupano infatti della definizione di “lingua”, delle correlazioni tra questa e la cultura (e viceversa) e più in generale del posto che l’apprendimento di una lingua (anche diversa da quella madre) occupa nello sviluppo mentale di una persona.

Una delle teorie linguistiche che più di ogni altra ha riflessi in questo campo è la famosissima teoria della grammatica universale di Noam Chomsky, secondo la quale ogni lingua condivide gli stessi principi di base, la stessa grammatica, le stesse intuizioni: da questo se ne dedurrebbe che tali principi sarebbero innati nell’uomo e si trasmetterebbero per ereditarietà genetica.
Questo servirebbe ad esempio a spiegare come sia possibile che di fronte a stimoli che dopotutto riteniamo poveri un bambino riesca ad imparare in relativamente poco tempo una lingua (la propria lingua madre, nello specifico). Alcune evidenze neurologiche hanno col tempo dimostrato come l’Area di Broca si attivi solo durante l’apprendimento di lingue reali e non durante l’apprendimento di lingue artificiali, facendo così concludere che le lingue reali abbiano una sorta di “completamento” organico nel cervello umano.

Da questo punto di vista la teoria della grammatica universale ritiene che gli errori che si compiono durante l’apprendimento di una lingua differente dalla propria (ma, per l’appunto, identica a questa nei suoi universali linguistici) siano semplicemente dovuti ad un’esercitazione non ancora sufficiente. Più si parla, prima s’impara.

Ma l’accenno a Chomsky serviva solo a introdurre l’argomento SLA, a presentare un linguista famoso. Molti sono coloro che hanno tracciato strade di cui occorrerebbe tenere conto, quando si affronta l’argomento della seconda lingua: tra tutti gli altri studiosi ci sono ad esempio Stephen Krashen e Michael Long, citati anche in questo articolo che riporto per intero (non è lungo).
Lo ha pubblicato Daniela Oviadia a proposito dell’apprendimento di una seconda lingua su uno dei blog del sito di “Le Scienze”, la versione italiana dello “Scientific American“.

L’altra sera, a una festa, ho intercettato la conversazione di due “sciure” milanesi, preoccupate per le conseguenze della riforma Gelmini sul futuro scolastico dei loro bambini. Su un punto soltanto davano ragione alla “ministressa”: quello delle famose classi ponte per insegnare la lingua italiana ai figli di immigrati. Motivo altruistico: “Poveri bambini, in classe arrancano e sono isolati perché non capiscono niente. Meglio farli arrivare nella classe normale quando già parlano l’italiano”. Così ho pensato che di questo argomento si è detto molto in termini sociali, etici e politici (non che non serva, ovviamente), ma che per una volta la scienza qualcosina da dire ce l’avrebbe. E allora diciamolo.

E cominciamo con il ricordare che l’apprendimento di una seconda lingua è un argomento studiatissimo, anzi, uno dei primi argomenti studiati dalle scienze cognitive insieme alla rappresentazione cerebrale delle aree del linguaggio di Broca e Wernicke! Non ci vorrebbe molto, quindi, a progettare un sistema didattico che tenga conto di quanto sappiamo sui meccanismi di apprendimento invece che su altre questioni, ma vabbé…

La fonte più diretta di apprendimento di una lingua è la lingua stessa, come hanno dimostrato vari studi: e per imparare in fretta, il contatto con la nuova lingua dovrebbe avvenire a un livello solo un tantino più complesso del proprio, in particolare per quanto riguarda il vocabolario (almeno secondo la monitor theory del linguista Stephen Krashen). Ciò significa che se si vuole insegnare rapidamente una nuova lingua ai bambini, bisogna certamente prevedere dei corsi ad hoc per fornire loro qualche elemento di partenza.

Attenzione, però, perché già negli anni ‘90 Mike Long, linguista dell’Università del Maryland, ha dimostrato sperimentalmente la cosiddetta teoria dell’interazione, ovvero che l’acquisizione di una nuova lingua è accelerata e migliorata dall’uso della stessa nelle interazioni quotidiane. Scoperta dell’acqua calda, in un certo senso -) , giacché fin dall’800 si spediscono i giovani a imparare una nuova lingua all’estero e si cerca di tenerli separati dai loro concittadini affinché la full immersion abbia effetto. E che già basterebbe a smentire l’idea che le classi separate siano un servizio a favore del bambino straniero, che non verrebbe esposto all’italiano o che si troverebbe esposto a un italiano quantomeno traballante, visto che condividerebbe la giornata con altri “non parlanti”. Aggiungiamoci che il cosiddetto insegnamento esplicito (cioè quello formale, basato su fonologia, semantica e grammatica) ottiene risultati inferiori al cosiddetto insegnamento sociopragmatico (banalmente, imparo perché mi serve comunicare). Certo, poi bisogna correggere gli errori dell’apprendimento spontaneo con quello formale, e a questo dovrebbero servire i corsi di lingua per stranieri, erogati però da personale appositamente preparato (la didattica non è mica cosa che si improvvisa!) e che la scuola non può esimersi di offrire, se il suo scopo è l’integrazione (linguistica, ma non solo).

Anche sugli errori, peraltro, vi sono due teorie: a grandi linee, secondo i seguaci di Chomsky e della sua teoria della grammatica universale, gli errori che fanno i bambini che imparano una seconda lingua sono solo dovuti alla scarsa performance, specie se l’esposizione alla nuova lingua avviene dopo la cosiddetta “età critica” (quella entro la quale si ha accesso facilmente ai meccanismi della grammatica universale e quindi si impara meglio e più in fretta), concetto peraltro ancora molto controverso. Per gli psicolinguisti, invece, gli errori sono affettivamente connottati, e dipendono anche dalle situazioni emotive che hanno caratterizzato la fase di apprendimento: la nuova lingua è servita a crearsi nuove amicizie o è stata fattore di esclusione? I genitori danno valore ai progressi compiuti e vedono positivamente l’integrazione scolastica e linguistica oppure no?

Diversi studi dimostrano anche che lo stress abbassa la performance linguistica, e infatti tutti noi parliamo una lingua straniera molto peggio se stiamo facendo un esame piuttosto che conversando amabilmente intorno a un tavolo (e anche questo dovrebbe far riflettere sulla proposta di istituire esami di italiano per l’ammissione a scuola, valutazione attualmente fatta informalmente dagli insegnanti che osservano il bambino nella vita di tutti i giorni).  In tutti i casi, la separazione dei nuovi arrivati dai bambini italiani ne ritarderebbe l’integrazione linguistica.

Advertisements