Qualcuno

Posted on 11 febbraio 2009

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Esiste una tesi secondo cui gli antichi Egizi, la cui cultura si è diffusa lungo le rive del Nilo a partire dal 3.500 a.C. circa, avrebbero in realtà soppiantato una precedente popolazione installata in quella stessa area e si sarebbero appropriati delle loro architetture stravolgendone gli utilizzi.

Secondo questa teoria le piramidi, in particolare, deriverebbero dal riutilizzo di strutture che avevano invece funzioni idriche. Le popolazioni che precedettero quella storica avrebbero difatti costruito tumuli artificiali sulla cui sommità porre villaggi e abitazioni per proteggersi dai pantani che il Nilo causava quando il suo letto era molto più ampio di quello delle epoche successive. Alcuni pozzi, scavati all’interno dei tumuli, avrebbero poi garantito l’approvvigionamento di acqua pulita tramite un sistema di filtri.

Quando gli egizi storici si sostituirono alle popolazioni pre-esistenti, le condizioni climatiche erano già mutate e con esse il tracciato del Nilo: i tumuli a gradoni non sarebbero più stati percepiti come necessari né utili e sarebbero stati riutilizzati e completati “in chiave monumentale” per scopi completamente differenti: magnificare la grandiosità del faraone.

Piramide a gradoni di Saqqara

Piramide a gradoni di Saqqara

Infine, ultima chicca di questa teoria: la fisionomia di tali popolazioni pre-storiche sarebbe rimasta immortalata in un’altra opera architettonica immensa: il volto della Sfinge di Giza, la più famosa sfinge egizia (nonché l’unica che riproduce un volto dai lineamenti negroidi invece che caucasici: non so mica se è vero, sono i teorici della storia lunga che lo sostengono). In questo senso, dunque, la Sfinge dovrebbe essere di un paio di millenni più vecchia di quanto ipotizzato sinora.

Immagine della Sfinge di Giza

Immagine della Sfinge di Giza

Personalmente non sono sufficientemente ferrato in materia di egittologia per capire se questa teoria della “storia lunga” si basi su presupposti controllabili o se i fenomeni fisici su cui si basano gli ingegnosi impianti idrici ipotizzati potessero essere conosciuti già allora. Mi piacerebbe se chi ne ha i mezzi approfondisse questi punti (anche solo per confutarli in maniera convincente).
Io, personalmente, mi fermo ad un pensiero (linguistico) che mi è venuto quando ho saputo di quest’idea.

Il primo re della prima dinastia dell’Antico Egitto (siamo attorno al 3100 a.C., secolo più secolo meno) viene riportato dalle liste reali essere talvolta Narmer, talvolta Menes. Oggi si concorda sul fatto che probabilmente i due nomi identifichino lo stesso faraone, di cui sappiamo tuttavia poco: una tradizione di millecinquecento anni dopo gli attribuisce l’unificazione del Basso Egitto con l’Alto Egitto; Erodoto, altri millecinquecento anni più tardi, gli attribuisce la fondazione di Menphi.
Quello che abbiamo davvero, invece, è una bellissima paletta decorata su cui mescolare il trucco per gli occhi (i cui decori rappresentano peraltro la prima testimonianza dell’uso dei geroglifici).

Tavolozza di Narmer

Tavolozza di Narmer

Ma tra le cose che Narmer ci ha lasciato trovo molto interessante anche il nome Menes. In egiziano Menes potrebbe essere derivazione di “mni“, “colui che resta, colui che perdura“. Menes sarebbe quindi il primo monarca umano succeduto ad una precedente dinastia divina, e come tale farebbe “perdurare” la stirpe degli dei. Questa è la versione maggiormente accettata.

Secondo Philippe Derchain, invece, Menes significherebbe “qualcuno“: proprio quello, il pronome indefinito singolare (si veda Philippe Derchain: Menes, le roi “quelqu’un”, 1966). Un personaggio non meglio identificato, quindi, un predecessore che resta nella nebbia. Qualcuno.

In questo senso credo di poter far coincidere la traduzione di Derchain con quanto ipotizzato dai teorici della “storia lunga”: una volta insediatasi in Egitto, l’etnia che ha in qualche modo sostituito l’etnia precedente ha cominciato ad attribuire le opere del passato ad un non meglio specificato “tizio”. Forse desideravano rimuovere intenzionalmente il ricordo dei predecessori, o forse ne volevano semplicemente sminuire il ruolo, non darvi importanza: sta di fatto che quando ci si doveva riferire al passato si cominciò a restare sul vago: “qualcuno ha fatto, qualcuno ha combattuto”. Qualcuno ha costruito.

Poi le narrazioni di queste epoche precedenti si sarebbero perse (ad eccezione forse di quanto conservato sulla paletta per il trucco), ma l’identificazione dei predecessori con un vago “Qualcuno” potrebbe essere rimasta: in questo modo sarebbe nato Menes, il primo faraone.

Menes” sarebbe dunque una specie di tabù linguistico assurto a nome del primo faraone.

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