In difesa dell’italiano

Posted on 27 aprile 2009

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Forse ho finalmente capito perché molti linguisti continuano a lamentarsi di come viene utilizzata la loro lingua. Stanno facendo selezione artificiale.

Voglio dire:

  • ci si lamenta della diffusione dei termini inglesi in italiano (“monitorare” è un verbo oggettivamente brutto),
  • si ricorda con puntiglio le regole che governano le concordanze (“viados” è un plurale, eppure in italiano lo si utilizza al singolare),
  • si applica una logica stingente e quasi matematica alla grammatica (aborrendo ad esempio le declinazioni ad sensum del tipo “un gruppo di persone uscivano dagli uffici”);
  • insomma, povero l’italiano nostro…

E’ uno sport molto diffuso: l’ultimo articolo in tal senso di cui sono a conoscenza è quello che appare tra le opinioni pubblicate da “La Stampa”: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5844

L’autore comincia così:

Del cattivo stato della lingua italiana, avvilita dall’ignoranza della grammatica, dalla povertà del lessico, dall’uso scorretto di termini elementari. Sarà che la lingua, parlata e scritta – come ci ricordano gli specialisti – non ubbidisce a rigide prescrizioni, si modifica in base alle trasformazioni indotte dalla storia e dal costume, appartiene in definitiva a chi se ne serve. Ma certe sciatte derive, non arginate da una scuola che appare sopraffatta dagli strumenti della comunicazione mediatica, suonano irritanti e sconfortanti.

Ovvero: “so benissimo che la lingua evolve, ma vorrei che la scuola ne controllasse gli esiti”. Bene: scrivendo questo articolo stai facendo proprio questo. Siamo nel bicentenario della nascita di Darwin e a 150 anni dalla prima pubblicazione de “L’Origine della Specie”: la teoria dell’evoluzione dovrebbe essere ormai chiara a tutti.
Gli organismi passibili di mutazione fanno questo: mutano; si trasformano in una rosa di alternative che sarà poi l’ambiente a selezionare. E’ l’ambiente a dichiarare quali sono quelle vincenti: ma fino al momento della selezione tutte queste alternative sono brutte, inutili e ingiustificate. Un inuit dalle braccia lunghe non sarà mai di successo finché il suo ambiente non glie lo permetterà: a quel punto la sua stirpe sarà quella vincente (e bella). Una declinazione orrenda non avrà mai successo sinché l’ambiente non glie lo permetterà: da quel momento in poi ogni canale televisivo diffonderà la variazione, che sarà buona onesta e giusta.

Ecco, scrivere un articolo in difesa dell’italiano fa ciò che fa l’ambiente: scarta le mutazioni che proprio non si possono mandare giù e invece accetta, anche se a malincuore, quelle piccole alterazioni che dopotutto “ci stanno”.

Ora ho capito a cosa servono tutte queste lamentele. Luca Serianni (con una classe di tutt’altra natura) ne raccoglie alcune pescandole dai messaggi che i lettori indirizzano a “La Crusca per voi”, rubrica dell’Accademia della Crusca: i suoi commenti appaiono, tra gli altri argomenti, in “Prima lezione di grammatica” (2006) e, con maggiore spazio, ne “Il sentimento della norma linguistica nell’Italia di oggi” (2004):

  • Inaccettabile usare “bella calligrafia”, poiché il sostantivo significa già “bella scrittura” e quindi staremmo dicendo “bella bella scrittura” (predominio dell’etimologia sull’uso di una parola).
  • Insopportabili le personificazioni delle astrazioni, come in “l’umanità soffre di troppa violenza”: l’umanità in quanto astrazione non può soffrire (irrigidimento della coesione).
  • Pleonastico specificare il possessivo in contesti quali “trascorrete le vostre vacanze” poiché è impossibile trascorrere le vacanze di qualcun altro (insofferenza alla ridondanza).
  • Tautologico il verbo “suicidarsi”, da sostituire con “suicidare” (insofferenza alla ridondanza).
  • Illogica l’espressione “un certo discorso”, poiché non vi è nulla di certo (rifiuto della polisemia).

Ma un conto è concentrarsi sui brutti utilizzi della lingua, altro conto è commemorare una buonanima, la lingua italiana che non c’è più, una lingua che probabilmente non c’è mai stata.
Qual è, questo italiano che andava bene? Quello di quando eravamo giovani? Palle: già allora i vostri padri si lamentavano del fatto che parlaste di videogames, che utilizzaste “cioé” come intercalare e che dimenticaste la metà delle congiunzioni.
Allora era buono l’italiano dei vostri padri? Scemenze: i loro padri si lamentavano esattamente quanto loro con voi (e quanto voi adesso).

A quando risale, quindi, l’italiano “puro”?

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