A Milano una mostra sul Graphic Journalism

Posted on 19 ottobre 2009

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Se n’è parlato a Ferrara durante il festival del giornalismo indetto da “Internazionale” e se ne parlerà a Milano durante la mostra “Streep – Comix Journalism e dintorni“.

Il Graphic Journalism è la narrazione di fatti ancora attuali raccontati però per immagini. Non si tratta di storia poiché questi fumetti sono ambientati nei Balcani o nella striscia di Gaza, in luoghi insomma dove i conflitti sono ancora aperti. Si tratta di giornalismo, dunque, che però viene mediato e rielaborato da un linguaggio “lento”: il fumetto può essere pubblicato anche a distanza di sei mesi (o ben di più) dai fatti di cui narra, senza alcuna pretesa di fornire al lettore informazioni in tempo reale.

Riassumo qui alcune opinioni emerse durante la conferenza “La guerra a fumetti” tenutasi sabato 3 ottobre 2009 a Ferrara e che ha visto la partecipazione di Patrick Chappatte, (autore di fumetti svizzero-libanese), David Polonsky (illustratore israeliano e art director del film “Valzer con Bashir”) e Joe Sacco (autore di fumetti statunitense). L’incontro è stato condotto da Luca Sofri, il figlio di Adriano.

Luca chiede: Per tradizione il fumetto viene legato al divertimento, alla spettacolarità che intrattiene. Nello specifico, viene collegato all’umorismo, al far ridere (in forme diverse di sdrammatizzazione e coinvolgimento). Voi che lavorate con un tipo di fumetto maggiormente legato ad aspetti drammatici, come vi ponete con l’umorismo?

Joe ritiene che Patric abbia ragione quando trova il modo di interrompere il momento drammatico introducendo sé stesso nelle proprie storie e facendo fare a questo personaggio la figura dello stupido, di quello che non capisce, di quello fuori luogo… E’ facile da fare: ti trovi in una situazione di cui non sai niente, sei inadatto ad una guerra, sei incapace di inserirti in un commando militare.
Ma lo humor esiste anche in una forma diversa, che non interrompe il momento drammatico: è lo humor nero, tipico ad esempio di alcune barzellette che ci si racconta in Bosnia.

David spiega di aver utilizzato molto humor nero, che però si è spesso perso nelle traduzioni. Lo humor dipende dal ricostruire le cose e cambiargli punto di vista. E in questo senso fornire il punto di vista di altri uomini può dare al fumetto un tocco umano che forse non è humor ma che è indispensabile.
Quindi David sostiene che occorra conservare la traccia delle cose, testimoniare: situazioni come la guerra non possono essere giustificate in nessun modo.

Patric utilizza umorismo anche nel tratto; svela di avere disperatamente bisogno di alleggerire la situazione: quando va in zone di guerra vede cose che fanno accapponare la pellle. Però si ritiene un cartoonist, quindi deve scrivere storie che seguano certi stilemi (tra cui far ridere e, come diceva David, il tocco umano). “Sono qui solo per dirti ciò che ho visto”. Ma Patric lo ritiene un trucco, l’unico modo per portare gente normale (i lettori) all’interno di una situazione assurda in cui si trovano altre persone normali (le vittime dei conflitti).

Luca chiede: chi sceglie di raccontare ciò che ha visto pone inevitabilmente un filtro. Ma nel vostro lavoro c’è anche il filtro didattico? il tentativo di informare? Vi ponete la questione della verità esatta e della completezza di ciò che state raccontando ? Così come si fa o si dovrebbe fare nel giornalismo…

Joe ha studiato giornalismo, e spiega che la parola “oggettività” è lo standard che ti insegnano. Se la situazione è controversa, dovresti fornire entrambe le versioni. Ma Joe rifiuta quest’operazione, perché lui non vuole dare la versione di chi gestisce un conflitto al sicuro, lontano dal dolore. Lui mostra ciò che può vedere, sia che si tratti di vittime, che se si tratta dei carnefici.
E’ difficile non identificarsi con le persone con cui ti rapporti. Le loro paure diventano le tue. Si è trovato ad esempio anche assieme ai Marines statunitensi in Iraq e ha cercato di riportare il loro nervosismo, il senso di inadeguatezza, gli errori che hanno fatto. Cerca di essere oggettivo, ma solo all’interno della visuale che può offrire.

David sostiene che l’oggettività non esiste: c’è sempre qualche cosa che devia. Si pensi al fotogiornalismo, dove basta un’inquadratura differente per dare tutta un’altra impressione. Non si può essere oggettivi.

Patric è d’accordo con David. Spesso lui stesso non capisce niente di ciò che sta succedendo, come della guerra nei Balcani: e ritiene onesto mostrarlo. “Viaggi per un paese sconosciuto e ti senti stupido. Non puoi avere una visione complessiva”. Quindi Patric usa l’ironia per porsi ad una certa distanza dalle persone che lo circondano, ma non per farsi beffe di loro. Lo stupido sei tu, pensi a cose stupide, vivi uno shoc culturale: e queste inadeguatezze sono tutte da mostrare.
Si tratta di un’inadeguatezza che invece i giornalismi non mostrano, poiché per mandato devi essere competente e sapere sempre tutto (o fingere di saperlo).

La mostra “Streep – Comix Journalism e dintorni” si terrà questa settimana, da mercoledì 21 a domenica 25 Ottobre, al Bitte, in viaWatt 37 a Milano (www.bittemilano.com).
Realizzato in collaborazione con Fondazione Mondadori e ARCI. Con il patrocinio di Librerie Feltrinelli, Linus e Diario. Il programma è presentato in questa pagina direttamente da Paolo Interdonato, curatore della mostra, assieme agli orari degli eventi.

Immagine della striscia Pogo, di Walt Kelly

Immagine della striscia Pogo, di Walt Kelly

[Piccola nota aggiuntiva: l’ultimo fumetto di Makkox, guarda caso, fornisce una definizione di Comix Journalism, anche se forse in modo involontario. Dice infatti Makkox:

normalmente su canemucca me ne fotto dell’attualità. qui è il beccuccio della storta. ne esce il distillato di lunga ebollizione dell’input del reale, misto al ricordo deformato.
all’attuale reagisco in altri luoghi di condivisione digitale. dove tutto poi vola via come le carte dopo il mercato di piazzetta.
ma oggi ho visto una roba così fantastica, e non smetto di ringraziare il caso (o Chi per esso) d’avermi fatto vivere ’sti tempi in questo paese, che mi son detto: mavafanculo al normalmente di canemucca, due righe le voglio disegnare lì.

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