Cmq nn ne posso +

Posted on 3 novembre 2009

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Ho quarant’anni, accidenti, il che significa che ho frequentato le superiori più di vent’anni fa.
E questo significa anche che già vent’anni fa ho visto usare dai miei compagni (ad esempio sulle pagine della Smemoranda) la “k” al posto delle “c” (occlusiva velare sorda), la “x” al posto di “per” (in parole come “perché” o “perfetto”), le varie “c“, “d” o “6” al posto di particelle e parole con lo stesso suono: “ci”, “di”, “sei”… eccetera.
Non è roba nuova, per me come per i miei compagni di allora, leggere messaggi del tipo “xé nn c 6 +??“. Vent’anni.

Ovviamente, la comodità di un simile codice comunicativo ne ha permesso la conservazione quando si è trattato di utilizzare sistemi di instant messaging quali ad esempio le chat: anzi, la tendenza ad abbreviare il più possibile ogni messaggio ha portato ad acronimi e sincopi molto interessanti.

Solo che la chat non ha avuto immediata diffusione popolare, cosa che invece è successa per i telefoni cellulari, sui quali è stato implementato il protocollo di comunicazione che ha dato vita agli SMS. Questi sì, che si sono diffusi in fretta, dando ai giornalisti una cosa in più di cui lamentarsi.
Io personalmente resto basito quando leggo articoli in cui si stigmatizza l’italiano degli SMS. Accidenti, state parlando di una cosa che ha perlomeno vent’anni di vita, e non è mica detto che non fosse roba vecchia già allora… L’italiano degli SMS non esiste, perché quel codice comunicativo ha ben altra storia: quindi di che cosa state parlando?

Molto emo, molti SMS

Molto emo, molti SMS

E perché quel codice comunicativo dovrebbe essere causa di una presunta diffusione dell’ignoranza linguistica tra i giovani? Ne siamo stati esposti tutti, i miei compagni di allora e io, senza che si verificassero i tanto paventati effetti negativi (oddio, forse nel mio caso sì, ma io non faccio testo): non è che quindi stiamo sbagliando i termini della questione?

Io ho l’impressione che spesso faccia comodo (migliora la tiratura? tappa un buco di eventi o di idee?) difendere l’italiano nella sua forma più pura. O, meglio, postulare una forma pura per l’italiano (che è quella che il giornalista parlava da giovane, immagino) e poi andare a caccia di tutte quelle differenze che la “sporcano”.

Peccato che questa difesa spasmodica dell’italiano non sia una battaglia nata di questi tempi. E che non infastidisca solo me. Scriveva l’Abate Giovanni Romani di Casalmaggiore nel 1826, più di centottant’anni fa, nella sua “Teorica della lingua italiana”:

[…] spero che gli odierni letterati, che sotto ai nomi di Puristi, Toscanisti, Cruscanti, Trecentisti, coltivano con tanto fervore e con tanto zelo il linguaggio affettivo, non vorranno imputare a mio biasimo, o delitto, se, in forza del particolare prefissomi scopo, sarò sovente costretto di deviare dalle grammaticali loro regole, tratte quasi sempre dalla sola autorità, o da una non ragionata consuetudine, e di adottare de’ vocaboli e nuove maniere di dire, che non sono reperibili nel venerato codice della Crusca, ma peraltro per analogia formate da radici e da formole italiane.

Centottant’anni sono passati, niente è cambiato. Per essere corretti, infine, sottolineo come non sia vero che l’Accademia della Crusca si ponga a baluardo di ogni possibile mutamento nella lingua italiana: non a priori, quantomeno. Si pensi ad esempio a cosa scrive Luca Serianni, del cui approccio all’evoluzione della lingua sono un vero fan.

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