Atti linguistici

Posted on 9 novembre 2009

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Durante gli anni ’50 del secolo scorso si smise di considerare il linguaggio come semplice veicolo di contenuti e si cominciò a vederlo come azione a sé stante: una frase non venne più considerata solo come espressione di verità o falsità ma anche come atto compiuto da colui che la pronuncia.

Anzi, non “un atto”: tre. Le azioni che il linguaggio permette di eseguire sono:

  • produrre il segno linguistico: dire, urlare, sussurrare, scrivere…
  • perseguire uno o più intenti comunicativi: chiedere, ordinare, costringere…
  • perseguire un risultato “reale”: ottenere X, far fare Y, compiere un rito (come ad esempio sposare due persone)…

La costruzione dell’enunciato è detta “atto locutorio“; l’attribuzione di un’intenzione all’enunciato è detta “atto illocutorio“; la ricerca di un effetto sull’interlocutore per tramite dell’enunciato è detto “atto perlocutorio“.
Ogni forma comunicativa può dunque essere analizzata nelle sue tre componenti:

  • il lessico e/o la grammatica (la forma di una data espressione linguistica)
  • la semantica (il senso e lo scopo di una data espressione linguistica)
  • la funzione pragmatica (gli obiettivi di chi formula una data espressione linguistica)

Questi ultimi tre punti, dunque, corrispondono a tre settori della linguistica computazionale, disciplina che cerca il modo per analizzare (e formalizzare) in automatico lessico e grammatica, semantica, piani e intenzioni dell’utente.

Altri articoli in cui ho affrontato gli atti linguistici e sulla pragmatica linguistica:

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