Metafore per sopravvivere

Posted on 25 novembre 2009

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La mente umana tende a interpretare gli stimoli che riceve seguendo un modello: cercando di adattarsi a determinate aspettative che sono già presenti in testa. Questo significa che, una volta ottenute informazioni incoerenti, il cervello cerca di completarle seguendo quegli schemi e quei modelli che gli stanno più a cuore (fuga dai predatori, ricerca di cibo, corteggiamento…).

Si chiama “priming effect“. In altre parole si tratta di individuare, nel mondo che ci circonda, un’associazione di causa-effetto (oppure una correlazione tra elementi) all’interno di una serie di dati non completi. In informatica questa cosa si chiama “pattern matching“.

Un’attività di questo tipo può portare a tre diverse conclusioni:

  • il pattern c’era ed è stato riconosciuto
  • il pattern c’era e non è stato riconosciuto
  • il pattern non c’era ed è stato riconosciuto

Nel primo caso l’attività di interpretazione ha dato il suo risultato positivo. Tutto bene: ho pensato ci fosse un gatto e l’ho effettivamente visto.

Nel caso in cui gli stimoli esterni non portano a nulla (non si riconosce una correlazione che invece esisteva) si parla di falso negativo. Ad esempio: un software antivirus che fallisce il riconoscimento di un nuovo virus.

Nel caso in cui si crede di riconoscere una correlazione là dove invece non c’è niente si parla di falso positivo. Nel linguaggio comune è il classico “falso allarme”.

E quest’ultimo è il caso che più spesso ha garantito la sopravvivenza ai nostri antenati. Perché se l’uomo crede che quelle foglie mosse dal vento siano un predatore, fugge. Compiendo talvolta un’azione inutile, è vero: ma se l’uomo avesse invece creduto che quel predatore fossero foglie mosse dal vento, non avrebbe reagito, rischiando la pelle. Da questa preferenza per i falsi positivi nasce la facilità umana a credere nelle superstizioni: meglio immaginare che due cose siano correlate e fuggirle, che mancare proprio quel pattern che ci avrebbe salvato la pelle.

La selezione naturale favorisce dunque chi fa un numero di associazioni causa-effetto sufficientemente alto da identificare quelle che sono essenziali per la sopravvivenza e la riproduzione. E se le altre sono sbagliate, pazienza. Avrà fatto un po’ di fatica in più.

La tendenza al falso positivo (lo ricordo: riconoscere un evento là dove non c’è nulla) è anche un fenomeno che interessa i linguisti: se uno scrittore accosta tra di loro due parole a caso, i lettori maggiormente propensi a credere che lo scrittore stia comunicando qualche cosa cercheranno di individuare in quelle due parole un senso “altro”, i tasselli mancanti che permetteranno di completare l’informazione. E lo schema atteso, il modello, sarà stabilito interpolando tra di loro tutti i possibili significati (letterali e figurati) di quelle due parole.

Come dire: la metafora è nelle orecchie di chi ascolta.
Oppure, detto meglio:

“E’ noto quanto vi sia di sconcertante nella prossimità degli estremi, o anche semplicemente nella vicinanza improvvisa delle cose senza rapporto; l’enumerazione che le fa cozzare le une contro le altre possiede in sè un potere d’incantesimo”
(Michel Foucault, “Le Parole e le Cose”)

Poi, che sia chiaro: non è che la metafora mente. Semplicemente, non ti dice tutta la verità: anzi, ti chiede di trovare da te quel pezzetto che manca.
Il che è una buona metafora del linguaggio nel suo complesso… :)

A chi è interessato all’argomento consiglio “The Evolution of Superstitious and Superstition-like Behaviour“, di Kevin R. Foster (Harvard University) e Hanna Kokko (biologa alla University of Helsinki)

Altri miei articoli sull’effetto che l’accostamento di due messaggi causa:
https://sicapisce.wordpress.com/2008/10/30/la-lingua-e-nelle-orecchie-di-chi-ascolta/
https://sicapisce.wordpress.com/2009/10/07/le-figure-retoriche-in-pubblicita/

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