Ancora metafore

Posted on 21 dicembre 2009

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Proseguo il discorso sulle metafore affrontato nell’articolo https://sicapisce.wordpress.com/2009/11/25/metafore-per-sopravvivere/

Dice Umberto Eco ne “La metafora nel Medio Evo” su Aristotele (corsivi miei):

Il suggerimento principale della Poetica è da individuare in 1459a8, dove si dice che la metafora è il migliore di tutti i tropi perché capire metafore vuole dire “sapere scorgere il simile” o “il concetto affine“. Il verbo usato è theoreîn, che vale per scorgere, investigare, paragonare, giudicare. Si tratta pertanto e chiaramente di un verbum cognoscendi. […]

Occorre trarre le metafore dalle cose non evidenti, come in filosofia lo spirito sagace conosce, trova, vede (theôrein) somiglianze tra cose distanti (1412a 12). D’altra parte si dice in 1405b che le metafore implicano degli enigmi. Quando, a proposito degli asteîa (1410b) si dice che il poeta chiama la vecchiaia kalámen, stoppia, si specifica che tale metafora ci produce una conoscenza (gnõsin) attraverso il genere comune, in quanto entrambi appartengono al genere delle cose sfiorite. Entimemi eleganti sono quelli che ci fanno apprendere in modo nuovo e veloce e in questo come in altri casi il verbum cognoscendi usato è manthánein, apprendere. Sono belli gli entimemi che si comprendono a mano a mano che vengono detti e che non erano già noti prima, oppure quelli la cui comprensione segue solo alla fine. In questi casi si dice che gnõsis gínetai. Ed è ripudiata la metafora ovvia, che non colpisce affatto. Quando la metafora ci fa vedere le cose all’opposto di quanto si credeva, diventa evidente che si è imparato, e sembra che la nostra mente dica “Così era, e mi sbagliavo“.
Nel fare questo, e siamo al punto veramente fondamentale, le metafore  “mettono la cosa sotto gli occhi” (tõ poieîn tò prãgma prò ommátôn). Questo “mettere sotto gli occhi” torna varie altre volte nel testo e Aristotele sembra insistervi con convinzione: la metafora non è solo un trasferimento, ma è un trasferimento che è una evidenza immediata – ma evidentemente non consueta, inattesa –  grazie alla quale si vedono le cose mentre agiscono (1410b 34), le cose in atto, energoûnta.

Aggiungo io che la metafora mette sotto gli occhi del lettore qualcosa di specifico, “ciò che non c’era“: essa è un artificio che costringe l’osservatore a vedere, a svelare a se stesso il significato che prima non appariva (come fa notare con insistenza Aristotele).

Altro sull’accostamento di due parole (o messaggi, per essere più precisi):
https://sicapisce.wordpress.com/2008/10/30/la-lingua-e-nelle-orecchie-di-chi-ascolta/
https://sicapisce.wordpress.com/2009/10/07/le-figure-retoriche-in-pubblicita/