Domande retoriche

Posted on 29 giugno 2010

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Traggo questo articolo da Malvino a proposito dell’uso che il giornalismo fa delle figure retoriche per sdoganare alcune opinioni sotto forma di informazioni: c’è dentro di tutto, eufemismi, domande retoriche, evocazioni lessicali… Buona lettura.

Cominciamo col dire che Andrew Ronan – il prete pedofilo che ha potuto commettere abusi sessuali su minori in Irlanda, in Illinois e in Oregon grazie alla copertura offertagli dalla Chiesa che invece di denunciarlo alla giustizia civile si è limitata ogni volta a offrirgli nuove vittime in un’altra diocesi – cominciamo col dire, dicevo, che Andrew Ronan non è morto nel 1982, come riporta Il Foglio nel suo patetico editorialino di martedì 29 giugno (Prego, processate la Chiesa), ma nel 1992. In sé l’errore non sarebbe affatto grave, se non fosse che, facendolo morire nel 1982, Il Foglio può confezionare questo gioiellino: “Il prete è morto nel 1982, un anno prima che l’avvocato Anderson cominciasse la sua brillante carriera”, giacché è “a partire dal 1983 [che l’avvocato delle vittime di Andrew Ronan] ha costituito una formidabile macchina legale capace di agire in giudizio, con successi multimilionari nei risarcimenti, in danno della Chiesa di Roma”. Sembra niente, ma con questo piccolo trucchetto la battaglia legale di Anderson puzza almeno un poco di persecuzione a scopo di estorsione.
Armato della sua “formidabile macchina legale” (il lessico ci invita a immaginarcela arma micidiale puntata su uomini miti e inermi), l’avvocato già è il pezzo di merda che Il Foglio vuol farci credere: ci resta solo da decidere se a muovere in lui l’ossesso sia odio anticristiano o mera avidità.
In realtà, l’ossesso è mosso da altro: un ex prete cattolico abusò di una sua figlia, quando questa aveva 8 anni. Ma su questo Il Foglio tace, sarà per la sua rinomata delicatezza e discrezione nei confronti delle vittime degli abusi sessuali commessi da preti, quand’anche ex.
“I nove giudici della Corte suprema di Washington – piagnucola l’editorialino – hanno deciso di non esaminare il ricorso vaticano contro la pretesa di processare la chiesa per la «copertura» di casi di abuso carnale su minori”. E avranno avuto le loro ragioni, via, Il Foglio se ne faccia una.
“È possibile considerare la gestione dei trasferimenti di un prete, il governo paterno della sua anima, la dialettica di perdono e giustizia tra legge canonica e autorità civile, come un fastidio di cui sbarazzarsi?”. Macché, tutto il contrario: si tratta di lasciar giudicare a chi di dovere se questa “dialettica” non abbia generato un sistema di omertosa complicità e di cinico favoreggiamento. Ai tempi in cui Andrew Ronan veniva spostato da una riserva di caccia ad un’altra, erano vigenti le disposizioni contenute nella Crimen sollicitationis: prendiamola, leggiamola e vediamo se per caso non fosse la Chiesa di Roma, attraverso il braccio della sua Congregazione per la Dottrina della Fede, a pianificare il sistema, a ordinare il silenzio (pena la scomunica).
“Lo stato può punire un prete che compie un delitto contro i minori, anzi deve, ma può anche mettere sotto processo la Chiesa di Roma come fosse una cupola che protegge il malaffare?”. Perché bisogna dare per scontato che non possa esserlo? E se si scopre esserlo, perché non dovrebbe renderne conto? Nessuna presunzione di colpevolezza, ma nessun privilegio di immunità: ai giudici decidere, come hanno già deciso, per esempio in Texas. Mica siamo in Italia, dove i giudici sono tutti comunisti senzadio.
Ma di tutte le domande retoriche che chiudono questo infelice pezzullo la più carina è l’ultima: “Come se la sua specifica moralità, la sua dottrina, la sua esperienza e la sua pastorale, confessione compresa, fossero a disposizione del braccio secolare della legge?”. Domanda retorica per domanda retorica: se producono crimine, perché no?
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