Sulle differenze tra canadese e francese

Posted on 25 ottobre 2010

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Nel libro “Sotto i venti di Nettuno“,  della scrittrice Fred Vargas, pubblicato da Einaudi Stile Libero Noir (maggiori informazioni alla pagina http://www.einaudi.it/ libro/ scheda/ (isbn)/ 978880617266/), una squadra di poliziotti di Parigi giunge per addestramento presso gli uffici della GRC in Canada.
Da quel momento in poi l’autrice cerca di rendere le differenze tra il francese dei parigini e quello dei canadesi; la traduzione di Yasmina Melaouah conserva magnificamente questo gioco: mescola parole inglesi, ripesca (modificandoli) termini antiquati, adatta o inventa di sana pianta modi di dire.
A voi propongo le pagine in cui i francesi incontrano per la prima volta i loro colleghi d’oltre oceano.
L’indomani tre auto della GRC comparvero davanti all’edificio. Vistose, recavano sulle fiancate bianche la testa di un bisonte dall’espressione tra il placido e l’ottuso, circondata da foglie di acero e sormontata dalla corona d’Inghilterra. Li aspettavano tre uomini in divisa. Uno di loro, che per via delle spalline Adamsberg identificò come il sovrintendente capo, si chinò verso il vicino.
– Ti credi che sia quale, il commissario? – domandò il sovrintendente al collega.
– Il più piccolo. Quello moro con la giacca nera.
Adamsberg coglieva più o meno le loro parole. Brézillon e Trabelmann sarebbero stati contenti: il più piccolo. Contemporaneamente la sua attenzione era distratta da alcuni scoiattolini neri che saltellavano sulla strada, tranquilli e vivaci come passeri.
– Crist, non cantarmi sciocchezze, – riprese il sovrintendente. – Quello vestito come un elemosinista.
– Non agitarti, ti dico che è lui.
– Non sarà invece quello alto slungo ben vestito?
– Ti dico che è il moro. Ed è un boss importante laggiù. Quindi chiuditi a chiave le mascelle.
Il sovrintendente Aurèle Laliberté annuì e si diresse verso Adamsberg con la mano tesa.
– Benvenuto commissario principale. Non troppo sbambolato dal viaggio?
– Grazie, tutto bene, – rispose prudentemente Adamsberg. – Lieto di conoscerla.
Tutti si strinsero le mani in un silenzio imbarazzato.
– Mi dispiace per il tempo, – dichiarò Laliberté con la sua voce forte. – La calaverna è arrivata di colpo. Salite sui car, abbiamo dieci minuti di strada. Oggi non vi ammazziamo l’anima a travagliare, – aggiunse. – Solo una piccola ricognizione.
La sede distaccata della GRC era situata in un parco alberato che sembrava estendersi in lontananza come una foresta francese. Laliberté guidava piano e Adamsberg aveva quasi il tempo di passare in rassegna ciascun albero.
– Ne avete, di spazio, – disse, impressionato.
– Sì. Come diciamo da queste parti, non abbiamo storia ma abbiamo molta geografia.
– E questi sono gli aceri? – domandò puntando il dito attraverso il finestrino.
– Esatto.
– Credevo che le foglie fossero rosse.
– Non ti le trovi abbastanza rosse, commissario? Le foglie non sono come sulla bandiera. Ce ne sono di rosse, di arancioni, di gialle. Altrimenti ci si annoierebbe. Allora sei tu, presentemente, il grande capo?
– Forse.
– Per essere un commissario capo, non ti metti molto smart. Vi lasciano vestire così, a Parigi?
– A Parigi la polizia non è l’esercito.
– Non ti sclerotizzare. Io non ho la porta di servizio e parlo senza rigirarci. Meglio che tu lo sappia. Ti vedi quegli edifici? E’ la GRC, ed è lì che stiamo, – disse frenando.
Il gruppo di Parigi si raccolse davanti ad alti cubi di vetro e mattoni, nuovi fiammanti in mezzo agli alberi rossi.
Uno scoiattolo nero stava di guardia davanti alla porta sgranocchiando qualcosa. Adamsberg rimase tre passi indietro per interrogare Danglard.
– E’ un uso locale, dare del tu a tutti?
– Sì, lo fanno spontaneamente.
– Dobbiamo farlo anche noi?
– Facciamo come vogliamo e come possiamo. Ci adeguiamo.
– Il titolo che le ha dato, l’alto slungo, cosa vuol dire?
– Vuol dire il perticone.
– Capito. Come dice lui stesso, Aurèle Laliberté non ha la porta di servizio.
– Si direbbe di no, – confermò Danglard.
Laliberté accompagnò il gruppo dei francesi in un’ampia sala riunioni – una specie di sala del Concilio, in un certo senso – e fece rapidamente le presentazioni. […] Dopodiché il sovrintendente si rivolse con fermezza ai suoi agenti:
– Ognuno di voi s’impaia con uno dei membri dell’Anticrimine di Parigi, e ogni due o tre giorni cambieremo i doppi. Dateci dentro ma non fateli correre a spronissimo solo per pompeggiarvi, non sono paralitici. Sono in periodo di addestramento, stanno impratichendo. Quindi formateli al passo di trota per cominciare. E piano con lo spirito salso se non vi capiscono o se parlano diverso da noi. Non sono più tapinetti di voialtri solo perché sono francesi. Conto su di voi.
Insomma, più o meno lo stesso discorso che Adamsberg aveva fatto al gruppo dei suoi qualche giorno prima.
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