Quando gli Irlandesi salvarono il latino

Posted on 18 novembre 2010

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Book of Kells, codice miniato dell'800

Book of Kells, codice miniato dell’800

Alla storia, come sappiamo, non manca il senso dell’ironia.
Per fortuna che me la spiega il mio amico Cristiano Screm, cui devo questo post.

L’Irlanda fu la prima area esterna all’Impero Romano nella quale si diffuse il monachesimo: nel corso del V secolo San Patrizio vi diffuse il cristianesimo su incarico di papa Celestino, fondando nel 444 un monastero ad Armagh (Ard Macha), nell’omonima contea dell’Irlanda del Nord. E fin qui tutto bene. Altri vescovi, contemporanei di san Patrizio, o, secondo alcune tradizioni citate in Wikipedia, a lui precedenti, avrebbero contribuito all’evangelizzazione dell’isola e all’inizio della sua tradizione monastica.

La figura del vescovo è stata da sempre legata alla città: nella società irlandese, invece, priva di una vera organizzazione urbana, tale ruolo finì col rivestire un’importanza minore. Il vescovo risiedeva spesso nel monastero, non in città, ed era subordinato (o al più pari grado) all’abate. La diocesi monastica corrispondeva al territorio del clan, cosa che caratterizzò da subito il cristianesimo irlandese.

I monasteri irlandesi furono, come tutti gli altri monasteri, centri di diffusione per la lingua latina, cui si aggiunsero tuttavia anche le locali tradizioni celtiche, elaborando la scrittura per la lingua irlandese e introducendo melodie e strumenti celtici nel canto gregoriano, secondo la tradizione dei bardi. Uno dei principali lavori dei monaci consisteva nella copiatura dei manoscritti, e negli scriptoria si sviluppò lo stile insulare nella decorazione miniata. E fino a qui ancora una volta tutto bene, anche se la cosa comincia a farsi complicata: come mi spiega Cristiano, “nel periodo in questione sono gli irlandesi a invadere terre ancora formalmente e culturalmente romane, cioè tutta la costa occidentale della Britannia; in alcuni punti del Galles alcuni capi irlandesi riescono anche a dare vita a brevi dinastie locali”. Quindi è come se, attraverso i monasteri, gli “aggressori” (irlandesi) adottassero la lingua degli “aggrediti” (romani). Che però ne gestiscono il territorio…

I romani lasciano la Britannia

I romani lasciano la Britannia

Contemporaneamente, però, l’amministrazione romana sull’isola (prima) e su tutto l’Occidente (poi) collassò. La questione è parecchio dibattuta: i romani se ne sono andati? sono stati cacciati? non sono mai andati via? Per quale motivo l’imperatore bizantino Giustiniano, a VI secolo inoltrato, propone ai Goti di abbandonare l’Italia, per cui si sta combattendo, offrendo loro in cambio la Britannia, come se fosse ancora una provincia sotto il controllo centrale?

Sassoni, Angli, Frisi e Juti migrarono in Britannia e l’invasero. Per secoli i Sassoni saccheggiarono le coste meridionali della Britannia, dopodiché fu loro permesso di insediarsi in queste zone come contadini. Anzi, è proprio nella difesa contro le incursioni irlandesi di cui sopra che viene individuata una delle modalità di impiego dei “coloni” sassoni in via di stanziamento in Britannia.

Nel tempo emersero diversi regni sassoni in Britannia, e le guerre tra i Romano-Britannici e gli invasori continuarono per oltre 400 anni, con le popolazioni autoctone che furono progressivamente assorbite dai nuovi venuti oppure spinti sempre più all’interno della Britannia. Fu qui che si venne a formare un fenomeno curioso: bolle culturali che inneggiavano al purismo religioso, linguistico e culturale. Il latino fu percepito, in Britannia, come patrimonio locale da preservare dall’invasione dei barbari.

Al punto che San Colombano e i suoi seguaci partirono dall’Irlanda ad evangelizzare (nuovamente) l’Europa. E a riportarvi la cultura latina, romana e cristiana. Si trattava in un certo senso di un riflusso, di una contro-ondata che si portò con sé anche il purismo linguistico gelosamente custodito negli scriptoria irlandesi. Trovate numerosi dettagli su Wikipedia: il latino tornò a splendere al “centro” grazie all’opera di alcuni monaci della “periferia”.
Oppure, detto con parole più forti: persone del “terzo mondo” dell’Europa dell’epoca ri-insegnarono il buon latino e il buon cristianesimo agli antichi maestri.

A questo punto il mio amico Cristiano alza la posta:

“Tra l’altro ci si potrebbe aggiungere un’ironica coda che riguarda il cristianesimo britannico. I romano-britannici, dopo essersi rotti le corna per almeno due secoli contro i sassoni pagani cercando di contenerli in nome (anche) della religione, si ritrovano poi nella cacca quando i loro nemici vengono convertiti da missionari romani, nel corso del VII secolo. E convertiti al cristianesimo “romano” del momento, trasformandoli in un batter d’occhio da pagani selvaggi in cristiani “più cristiani” di loro stessi, che sono rimasti legati al rito irlandese ormai non più in voga… E così i poveri romano-britanni, dopo aver combattuto per secoli in nome di Cristo e del loro retaggio romano, nel giro di un secolo si ritrovano accusati di eresia dai loro nemici, spalleggiati da Roma!”

Di questa evangelizzazione di ritorno parla anche Thomas Cahill nel libro “Come gli irlandesi salvarono la civiltà”, Fazi Editore, 1997: un’opera un po’ campanilista e faziosa ma che tuttavia indaga a fondo questo argomento.
Potete leggerne qualcosa alla pagina http://books.google.it/books?id=gAJkuKLPM7wC&lpg=PP1&dq=come%20gli%20irlandesi%20salvarono%20la%20civilt%C3%A0&pg=PP1#v=onepage&q&f=false

Buone letture.