L’indoeuropeo, gli indoeuropei

Posted on 28 febbraio 2011

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L’indoeuropeo è una lingua ipotetica dalla quale si presume siano nate alcune delle lingue attualmente parlate nel mondo.
Le lingue cosiddette indoeuropee sono difatti categorizzate come tali poiché figlie di una lingua “ancestrale” che si ipotizza essere stata davvero parlata attorno al cinquemila avanti Cristo (http://it.wikipedia.org/ wiki/ Lingua_protoindoeuropea) in un luogo che ancora non si conosce e di cui parleremo tra breve.

Ma l’indoeuropeo non è solo una lingua : l’indoeuropeo è anche un popolo. A dir la verità, è l’unico popolo la cui esistenza sia ipotizzata sulla base di ragionamenti linguistici. Cosa che ne fa un popolo interessante, ammettetelo.

Le cose sono andate più o meno così: moltissime delle lingue attuali si somigliano parecchio. Ce ne si è accorti da tanto tempo, sin dall’epoca dei greci (anche se l’altezzoso disprezzo che questi avevano per le lingue “barbare” ne impedì osservazioni strutturate e significative); uno studio sistematico di tali somiglianze comincerà solamente a partire dall’Ottocento.
Dapprima saltano all’occhio le somiglianze tra le parole, poi arrivano Bopp (tedesco) e Rask (danese) e si dedicano a individuare anche le costruzioni grammaticali simili.

Questo perché non possiamo ritenere che semplici somiglianze nel lessico siano un’indicazione sufficiente per ipotizzare una qualche parentela. Una parola può passare da una lingua all’altra senza che queste siano imparentate (si pensi a quando utilizziamo “weekend” in italiano, ad esempio). Una struttura grammaticale, invece, non la si adotta con la stessa spensieratezza.

Quindi la prima cosa che i linguisti si sono detti è: le corrispondenze sistematiche tra due o più lingue indicano che prima di esse vi era un’unica lingua “madre” da cui queste si sono poi sviluppate e distinte.

Il che però viene formulato anche in questo modo: le corrispondenze sistematiche tra le lingue descrivono il popolo che ne parlava la lingua madre. Il passaggio da lingua a popolo a me sorprende sempre un po’ (io sono tedesco ma parlo anche italiano: di che popolo faccio parte?).
Però i linguisti fanno questo ragionamento: difficile che due etnie differenti, con culture e usi differenti, adottino una la lingua dell’altra. L’italiano non abdicherà mai a favore dell’inglese, con buona pace dei giornalisti catastrofisti dell’ultim’ora. Al più si evolve, diventando qualcosa di imprevedibile: ma in Italia non si userà mai l’inglese così com’è, in toto.
E dunque, se questa regola è valida, ad ogni lingua corrisponde un’etnia.

A meno che…
A meno che un popolo non sia conquistato da un altro “confluendo” in quello del conquistatore.

In questo modo per i linguisti si ritorna comunque all’equazione 1 popolo = 1 lingua. E’ pur vero che popoli diversi potrebbero adottare un’unica lingua franca per capirsi pur rimanendo separati, se lo dovessero ritenere vantaggioso: ma di solito tale lingua veicolare risulta essere utilizzata in modo molto semplicistico e ridotto all’osso, di modo che possa essere parlata e capita da tutti (si pensi all’inglese, ricchissimo di forme grammaticali anche complesse ma che risulta sfrondato di tutti i suoi abbellimenti quando serve da lingua ponte per il commercio – e difatti si parla ormai di globish per distinguerlo dall’english).

Quindi i linguisti dicono: se in Europa si parlano lingue indoeuropee vuol dire che anticamente il popolo indoeuropeo ha conquistato militarmente gli europei non indoeuropei. Ma se questa soluzione “militare” piace ai linguisti, crea invece qualche problema agli archeologi, che di tracce di una simile conquista non ne hanno trovate molte.
Da quando essi hanno scoperto che una cultura (tecniche, riti e idee, per semplificare) si può trasmettere in maniera anche non cruenta, poi, hanno sviluppato l’ipotesi per cui ad un popolo possono corrispondere più culture, e viceversa, e ad una cultura possono corrispondere più lingue, e viceversa. Così gli archeologi si trovano un po’ in disaccordo con i linguisti. Che però rispondono: vero, le tecniche e le idee si diffondono facilmente, ma non così le lingue, cui si rimane sempre molto affezionati…
Insomma, sulle modalità di trasmissione dell’indoeuropeo c’è ancora un sacco di lavoro da fare.

Però per i linguisti dire che nelle lingue indoeuropee si trova una parola univoca per “cavallo” significa che esisteva un popolo indoeuropeo che conosceva l’uso del cavallo. E così anche per il toro, il lupo, l’orso…

A molti non è parso vero: ma allora, elencando ciò che gli indoeuropei conoscevano, sarebbe possibile descrivere i loro usi, le loro capacità… la loro ubicazione! Se in tutte le lingue indoeuropee abbiamo parole tra di loro simili per indicare concetti come faggio, salice, rovere, betulla, orso, tartaruga, salmone o anguilla, le zone in cui il progenitore di tutti questi popoli sarebbe stato stanziato si riducono a poche decine.
E via di ipotesi:

  • Steppe al sud della Russia (M. Gimbutas: i bellicosi Indoeuropei sarebbero andati a rompere le scatole ai pacifici agricoltori neolitici)
  • Poco più a sud: nel Caucaso, in area anatolica (T. V. Gamkrelidze e V. V. Ivanov, in considerazione dei prestiti che l’indoeuropeo ha ricevuto dal semitico e dal cartvelico)
  • In Asia Minore, attuale Turchia (C. Renfrew: gli Indoeuropei sarebbero stati i protagonisti della rivoluzione neolitica)

Ma qui ve l’ho fatta facile… Provate infatti a venire a capo della pagina http://it.wikipedia.org/ wiki/ Urheimat_proto-indoeuropea: vi renderete conto della reale situazione delle ipotesi.

C’è un problema. Stiamo partendo dal presupposto che l’assenza di parole per tigre, leone o cammello significhi qualche cosa. Niente parola per tigre, niente tigre. Il che è molto pericoloso: significherebbe che gli indoeuropei non avevano mani, visto che non ci hanno trasmesso una parola comune per la mano.
Ogni lingua indoeuropea ha infatti creato la sua innovazione e non ci sono indicazioni sufficienti per ipotizzare quale potesse essere l’ipotetico nome della mano in indoeuropeo. Possono essere molti i motivi per cui una parola che deriva dalla lingua madre venga sostituita con un’altra: neologismi, tabù linguisticimetafore.

Si pensi ad esempio alle parole relative alla guerra e alle sue tecniche: non ce ne sono. Abbiamo giusto un *nsi- per “spada” ricostruito a partire da tre sole lingue: latino, sanscrito e, lievemente modificato, avestico; trattandosi di lingue poste ai due estremi del mondo indoeuropeo si ritiene sia lecito ricostruire il termine comune.
Va molto peggio per “ascia” e “lancia”, mentre è indubbiamente indoeuropea la radice *gwhen- per “colpire, uccidere colpendo”: ma è un po’ poco, ed è tutto qui.

Gli indoeurpei sarebbero dunque stati un popolo pacifico? Le prime testimonianze storiche, ovviamente, ci dicono altro: i Veda indiani, i poemi omerici, l’epica germanica e le tombe di Hallstatt o di La Tène ci trasmettono una civiltà imbevuta di valori quali forza fisica, audacia nel combattimento, destrezza nel maneggiare le armi e prestigio basato su onore, lealtà ed eroismo.
Naturalmente una simile discrepanza può essere giustificata in molti modi: rinnovando localmente la tecnica militare veniva rinnovato anche il vocabolario; gli indoeuropei furono costretti a “inventare” la guerra solo venendo in contatto con le popolazioni precedenti… Ma ad ogni modo bisogna stare attenti quando si fa notare l’assenza di una parola. Guarda, mamma: senza mani.

E poi c’è un secondo problema. Le parole cambiano di significato con una velocità che ha dell’incredibile. Si chiama “mutamento semantico“, e ne parla ad esempio Francisco Villar in “Gli Indoeuropei e le origini dell’Europa”, il Mulino:

Infatti, per ragioni di natura molto diversa, il significato delle parole cambia col passare del tempo in maniera irregolare e imprevedibile, come in una specie di deriva senza una rotta predeterminata. Così, una parola che, poniamo, significa “faggio”, può passare a significare “quercia”, “rovere” o qualsiasi altra specie vegetale, se la mutevole e aleatoria realtà circostante lo impone o lo rende necessario. Se mediante il metodo comparativo ricostruiamo una qualsiasi parola indoeuropea, per esempio quella del “faccio” (*bhagòs), saremmo sicuri della forma, perché essa cambia seguendo delle regole, ma non tanto del significato, suscettibile di cambiamenti aleatori e imprevediili. Sicché il passaggio successivo in archeologia linguistica, consistente nell’inferire che gli indoeuropei conobbero il faggio nel loro habitat ancestrale, sarebbe dubbio, poiché in realtà non sappiamo se con questa parola gli indoeuropei designassero realmente un faggio o un’altra qualsiasi specie di albero.

Questa del faggio è questione che davvero emerse: si tratta di un albero che non si trova a sud di una determinata linea, il che esclude la parte meridionale della Spagna, la Grecia e la Turchia, concentrando le attenzioni dei linguisti nella parte meridionale della Scandinavia.
Peccato che in greco “fagos” significhi “rovere”, in russo “buz” stia per il “sambuco” e in curdo “buz” significhi “olmo”.

Questo può significare due cose: che nell’habitat originario il faggio fosse presente e che greci, indiani e iranici esportarono quella parola per adattarla poi ai nuovi alberi che trovarono nelle terre colonizzate, oppure che nell’habitat originario quella parola indicasse un qualsiasi altro albero e che latini, celti e germani la esportarono per adattarla al nuovo albero che trovarono nelle terre colonizzate…

Se poi pensate che per *bhagòs è stata proposta un’etimologia che lo farebbe risalire alla radice *bhag-, “mangiare”, viene facile concludere che gli indoeuropei alludessero alla commestibilità dei frutti di un albero qualsiasi, e che il termine sia stato poi applicato alla specie che ciascun popolo trovò nei propri insediamenti storici.
Sì: anche il faggio produce una specie di frutto, la faggiola.

Ecco, questa è la situazione attuale. Buoni approfondimenti.

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