Le regole per mentire

Posted on 21 marzo 2011

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Esiste un modo per formalizzare il grado di verità contenuto in una frase e, di conseguenza, per analizzare com’è fatta al suo interno la menzogna. A condizione di definire per bene che cosa sia la menzogna.
Copio qui parte dell’introduzione al libro “Le bugie della statistica” di Walter Kraemer, Mimesis Edizioni (Milano – Udine), 2009. Traduzioni di Monica Rimoldi e Andrea Gilardoni.

Tra menzogna e spin
Di Valentina Pisanty

A meno di non essere del tutto ingenui, sappiamo che non vi è alcuna garanzia che le parole rispecchino fedelmente stati di cose o corsi di eventi reali. Tant’è vero che usiamo comunemente frasi come “il sole sorge alle sei” e “la Francia è esaonale”, le quali – se prese alla lettera – veicolano proposizioni false. Eppure, come ci hanno spiegato i filosofi del linguaggio, la comunicazione non sarebbe possibile senza un implicito “patto di cooperazione” tra gli interlocutori, i quali – uniti dal comune proposito di scambiarsi informazioni sull’ambiente, esterno e interno – sono disposti a passare sopra un gran numero di imprecisioni e di approssimazioni, nonché a trarre implicature dagli usi apparentemente anomali del linguaggio, allo scopo di attribuire un qualche valore di verità ai discorsi altrui.

Non siamo, tuttavia, ancora entrati nel dominio della menzogna. Benché semanticamente falsa, l’asserzione “il sole sorge alle sei” non è mendace. Non lo è perché chi la proferisce (oggi) non ha intenzione di negare che in effetti sia la terra a muoversi attorno al sole, ma – in nome dell’evidenza percettiva – si limita a mettere tra parentesi l’ipotesi copernicana, alla quale peraltro continua a credere fermamente. Lo stesso vale per l’appossimazione, per la metafora, per l’iperbole, per l’ironia, e per tutti i dispositivi comunicativi che chiamano in causa un interprete flessibile e collaborativo in grado di riconoscere quale parte di una proposizione sia passibile di essere sottoposta al vaglio della falsificazione, e quale invece vada intesa in senso lato o traslato.

La prima condizione affinché un discorso possa essere ritenuto menzognero è che esso pretenda di essere veritiero, ossia che il parlante inviti (tacitamente) l’interprete a sottoscrivere una sorta di _patto referenziale_: io (parlante-esecutore) prometto che ciò che ti dirò corrsiponde ragionevolmente alla realtà dei fatti (o quantomento a ciò che io ritengo essere la realtà dei fatti); tu (interprete) riconosci la mia intenzione, credi alla sincerità dei miei propositi e – se vuoi stare al mio gioco – mi concedi la fiducia necessaria per accogliere le mie proposizioni come vere, almeno fino a prova del contrario. Il patto referenziale è passibile di essere articolato in quattro clausole che l’esecutore (E) di un discorso a vocazione fattuale propone al proprio interprete (I), e che quest’ultimo è libero di accettare o rifiutare.

1. Il discorso di E riguarda dei fatti realmente accaduti;
2. E è in grado di fornire prove o ragioni circa la verità di ciò che racconta;
3. E crede alla verità di ciò che racconta;
4. E vuole che anche I creda alla verità del suo racconto.

In un resoconto fattuale allo stato puro, c’è un esecutore che, in buona fede, produce un discorso veritiero (fornendo le indicazioni necessarie per accertarne la veridicità) e si immagina che il destinatario lo interpreti come un resoconto fattuale (e non come un’invenzione romanzesca); l’interprete, da parte sua, capisce qual è l’intenzione comunicativa dell’esecutore (essere creduto), crede alla sincerità dell’esecutore, se lo ritiene necessario verifica gli asserti incrociandoli con altri resoconti fattuali o procedendo sperimentalmente e, infine, concede la propria adesione fiduciaria al discorso.

Nel linguaggio comune, si tende a considerare la menzogna alla stregua di un “discorso non veritiero”, e così facendo si rischia di perdere di vista la distinzione (importantissima) tra menzogna, errore, diceria e finzione. Si provi a eseguire un semplice esperimento mentale, immaginando scenari in cui vengano violate una a una le clausore del patto referenziale, e si coglieranno facilmente tali distinzioni: così, la violazione della prima clausola (“Il discorso di E riguarda dei fatti realmente accaduti”) conduce all’Errore, mentre se a essere violata è la seconda clausola (“E è in grado di fornire prove o ragioni circa la verità di ciò che racconta”), il resoconto esce dall’ambito dei discorsi a vocazione scientifica – per i quali la falsificazione delle ipotesi è la condizione imprescindibile – per entrare in quello della diceria indimostrabile. Ma solo quando la clasuola violata è la terza (“E crede alla verità di ciò che racconta”) si può parlare propriamente di menzogna, e cioé di un discorso consapevolmente falso che tuttavia pretende di essere veritiero.

Resta da chiarire che cosa distingua la menzogna dalla finzione, anch’essa definibile come un discorso consapevolmente falso. La differenza sta nel fatto che, nel caso del discorso finzionale, viene a mancare la volontà, da parte dell’esecutore, di far-credere-vero (qualrta clausola). Un falso scoop, interpretato come tale, non è la stessa cosa di una fiaba: la differenza sta nel fatto che nel primo caso l’opposizione vero/falso è pertinente, laddove nel caso della fiaba essa anon lo è (se non all’interno del mondo narrativo creato dal testo). Affinché vi sia menzogna, è pertanto indispensabile che la clausola 4 venga soddisfatta: _E vuole che anche I creda alla verità del suo racconto_. Se tra le parti contraenti non c’è accordo su questo punto, non possiamo dire di trovarci di fronte a un resoconto menzognero, bensì a un testo di finzione, fondato sul gioco del “facciamo che…” e sulla “volontaria sospensione dell’incredulità” che tale gioco prescrive ai propri partecipanti. Nel “patto finzionale” (diversamente da quello referenziale) l’esecutore si impegna a fingere di fare delle asserzioni, e l’interprete promette di fingere di credergli. Chiaramente tutto ciò non ha nulla a che vedere con la menzogna, la quale chiede di essere creduta vera non all’interno di un universo narrativo alternativo, bensì nel mondo dell’esperienza reale.

Nel proseguio di questa introduzione, Valentina Pisanty (curatrice assieme ad Andrea Gilardoni della collana della casa editrice Mimesis dedicata a “Manipolazione, menzogna e retorica proibita“) spiega come sia difficile applicare nella realtà comunicativa le categorie astratte di Verità, Errore, Diceria, Menzogna e Finzione.
La reticenza, la mezza verità, la finta precisione, l’omissione selettiva di fatti che sarebbero invece narrativamente rilevanti e l’eufemismo possono ascriversi (tra gli altri) a quel vasto insieme di tecniche utilizzate scientemente per dare maggiore “effetto” ad un discorso, e usate nello specifico nel mondo delle pubbliche relazioni (pubblicità, marketing, rappresentatività politica).

E’ molto difficile, continua Pisanty, stabilire dove finisca l’ordinaria e legittima manipolazione retorica del discorso e dove cominci invece la menzogna: molto dipende dalel regole del gioco comunicativo nel quale di volta in volta ci si muove. Un esempio è quello della pubblicità: chi la fa conta sul fatto che gli interpreti non si scandalizzino più di tanto di fronte a immagini retoriche iperboliche e palesemente fuori contesto (spruzzarsi un deodorante per attirare uno stuolo di ammiratrici isteriche).

Allo stesso modo, continuo io, molti uomini politici danno per scontato un patto referenziale che ricorda molto più il patto finzionale: è ciò che Moro ha teorizzato come “inevitabile costo della politica” nel 1976, tacitamente accusando di ingenuità chi avrebbe creduto in un patto referenziale maggiormente corrispondente al “vero”.

Consiglio la lettura del libro in oggetto che, con un linguaggio molto semplice e colloquiale, spiega in che modo il continuo ricorrere a statistiche e numeri (“un italiano su cinque”, “una media di 4 morti all’anno”, “la diminuzione dell’inflazione farà costare meno ciò che acquistiamo”) nasconda dietro un’apparenza di oggettività e affidabilità fenomeni comunicativi quali incompetenza, maliziosa imprecisione, volontaria manipolazione e addirittura palese menzogna.

AGGIORNAMENTO (settembre 2011):
Riporto qui la definizione di “menzogna” data dai principali vocabolari online.

Vocabolario Treccani:

menzógna s. f. [lat. *mentionia, der. di mentiri «mentire»]. – 1. Affermazione contraria a ciò che si sa o si crede vero, o anche contraria a ciò che si pensa; alterazione (oppure negazione, o anche occultamento) consapevole e intenzionale della verità (in questo sign. è meno pop. di bugia, che indica, di solito, una mancanza meno grave): in che altro consiste la m., se non in dire ciò che non si ha nell’animo? (Rosmini); la m. è sempre più credibile di una verità inaudita (Aldo Busi); un… Leggi

Sapere.it:

n.f. [pl. -gne] ( lett.) affermazione consapevolmente falsa: una menzogna ignobile, spudorata; le sue accuse sono tutte menzogne
Lat. volg. * mentionia, neutro pl., deriv. di mentio -onis ‘menzione’, con influsso di mentiri‘mentire’.
Sin. bugia, falsità, favola, fandonia, frottola, panzana, fola, bubbola, balla (fam.), palla (pop.) Contr. verità.

s. f. (lett.) affermazione consapevolmente falsa: una menzogna ignobile, spudorata; le sue accuse sono tutte menzogne.

[men-zó-gna] s.f.
Dichiarazione contraria a ciò che viene fatto, sentito, visto ecc.; alterazione del vero
SIN falsità; nel l. fam. e con valore meno negativo, frottola, balla, bugia: hai detto una serie di m.
Sec. XIII

[men-zó-gna]
s.f. (pl. -gne)
Affermazione, dichiarazione con cui si altera consapevolmente la verità: turpe, sfacciata, grossolana m.
SIN. bugia, fandonia, impostura
CON. verità
dim. menzognétta
[men-zó-gna] nome femminile
affermazione falsa fatta consapevolmente, bugia:
Esempio: non ho mai detto questo: è una menzogna!
Sinonimi: falsità, fandonia
Antonimi: verità.