Comunicare nei millenni

Posted on 28 marzo 2011

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In questi giorni si parla molto dell’energia nucleare: sulla spinta emotiva del dramma accaduto in Giappone si sta affrontando diffusamente il discorso se sia opportuno o meno produrre energia nucleare in Italia.
Questo blog non si occupa di tali argomenti bensì di lingua, linguaggi e parole. Ecco quindi cosa mi viene in mente dal punto di vista linguistico quando sento parlare di energia atomica.

Una delle difficoltà che accompagna i processi di fissione nucleare è la produzione di materiali residui ad elevata radioattività. Si tratta di scorie radioattive per le quali non esistono ancora tecnologie di smaltimento ma che per ora si può solo conservare in luoghi sicuri.
Cito (e formatto a modo mio) dalla pagina di Wikipedia indicata qui sopra:

Esistono attualmente due modi principali per smaltire le scorie, rigorosamente legati a preliminari studi di natura geologica riguardanti il sito di destinazione:

  • per le scorie a basso livello di radioattività si tende a ricorrere al cosiddetto deposito superficiale, ovvero il confinamento in aree terrene protette e contenute all’interno di barriere ingegneristiche;
  • per le scorie a più alto livello di radioattività si ricorre invece al deposito geologico, ovvero allo stoccaggio in bunker sotterranei schermati.

Per saperne di più sulle tecniche di stoccaggio attualmente possibili potete fare riferimento alla pagina “Classificazione e sistemazione in sicurezza delle scorie nucleari“.
La delicatezza di questi metodi di smaltimento delle scorie radioattive risiede dunque nella “natura geologica” del sito di destinazione e nella grande quantità di anni necessari affinché il nucleo radioattivo torni a valori di radioattività prossimi a quelli ambientali: dove mettiamo le scorie, e per quanto tempo.

Detto in altri termini, dopo che un determinato luogo è stato scelto come sito di stoccaggio occorre riuscire a comunicare ai nostri posteri cosa c’è lì dentro e quando vi è stato posto.
Si tratta, in definitiva, di trovare un modo per comunicare qualcosa a chi sarà vivo tra qualche centinaio di millenni.

Rapporto scritto da Sebeok che illustra idee su come comunicare con i nostri posteri.

E’ qui che l’energia nucleare comincia a diventare un argomento per i linguisti.
La Semiotica Nucleare venne fondata nel 1981 dal dipartimento dell’energia degli Stati Uniti d’America quando riunì un gruppo di tecnici, antropologi, fisici nucleari e studiosi del comportamento nella cosiddetta “Human Interference Task Force” con l’intento di ridurre la possibilità che futuri esseri umani possano interferire con i sistemi in cui sono poste in isolamento le scorie radioattive.

Il fatto è che non esiste un metodo sicuro per trasferire una qualche conoscenza in modo continuativo per migliaia di anni.

  • I sistemi digitali sono ottimi per la diffusione nello spazio (facili da copiare e da diffondere) ma diventano obsoleti molto in fretta (non solamente i supporti, come ad esempio i floppy disk usati sino a nemmeno 15 anni fa: ma anche i formati di codifica del dato);
  • scrivere qualcosa su carta trattata, pergamena o tessuti dura di più, ma non ancora a sufficienza (stiamo parlando di qualche centinaio di anni, non decine di migliaia);
  • incidere informazioni nella pietra vincola comunque quest’informazione ad una specifica lingua (e alla capacità di leggere): e sono difatti vetustà della lingua e alfabetizzazione i due veri problemi di una tale trasmissione del sapere.

Per farla breve: niente è più sicuro della tradizione orale. Se la lingua muta, lo strumento di trasmissione si adatta lasciando intatto il significato. Noi godiamo ancora adesso di poemi e opere inventate qualche migliaio di anni fa (e, a onor del vero, successivamente trascritte) perché non abbiamo alcun problema a tradurli nelle varie lingue moderne e nel preservarne la trasmissione con i diversi mezzi che ci vengono via via messi a disposizione.

Ma se trasmettere ai posteri l’Odissea è un’operazione che compiamo in virtù del suo elevato livello di bellezza letteraria (cosa che non garantisce tuttavia che in un qualche momento, mutati i gusti e gli approcci alla letteratura, questa trasmissione non possa venire interrotta), come possiamo garantirci che la trasmissione di istruzioni relative a come comportarsi in un determinato luogo incontri l’interesse continuo e ininterrotto dei nostri bis-bis-nipoti?

Per garantirsi una certa continuità è opportuno che la tradizione orale venga ritualizzata, ovvero trasformata in una religione.
Era questa, riassunta in breve, la proposta del semiologo ungherese Thomas Sebeok (la pagina in italiano di Wikipedia che lo riguarda è putroppo molto più scarna): creare un clero atomico che conservi la conoscenza sui luoghi e sui pericoli delle scorie nucleari creando riti, divieti e mitologie.

Del resto con il cristianesimo (per dirne una) ha funzionato: pur se diviso in numerose confessioni, il messaggio che esso veicola ha coperto sinora due millenni, e potrebbe proseguire ancora a lungo. Ovviamente questo approccio ha sollevato diverse critiche, che trovate alla pagina sulla Nuclear Semiotics indicata in precedenza.

Buona lettura (fate con calma, avete tempo).

Ringrazio Anna per la segnalazione dell’articolo http://bldgblog.blogspot.com/2011/03/elephants-foot.html da cui ho tratto ispirazione per questo post.