Linguaggio e pensiero

Posted on 18 aprile 2011

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Su “Le Scienze” di questo mese (aprile 2011) è uscito un articolo di Lera Boroditsky sull’influenza che le lingue hanno sulla nostra percezione del mondo. L’autrice è professore associato di psicologia cognitiva alla Stanford University nonché direttore della rivista “Frontiers in Cultural Psychology“.

Nel suo articolo l’autrice ha citato alcuni argomenti che abbiamo già avuto modo di seguire qui; nello specifico ricordo:

Qui vi propongo alcuni passi dell’articolo.

Tempo fa mi trovavo a Pormpuraaw, comunità di aborigeni sul margine occidentale di Capo York, nell’Australia settentrionale. Accanto a me c’era una bambina di cinque anni. A un certo punto le ho chiesto di indicare il nord. Lei ha puntato il dito con precisione, senza esitare, e la bussola ha confermato: la bambina aveva ragione. Tempo dopo, nell’aula magna della Stanford University ho fatto la stessa domanda a un pubblico di eminenti studiosi, alcuni dei quali da oltre quarant’anni frequentano proprio quell’aula. A un certo punto ho chiesto loro di chiudere gli occhi, affinché non barassero, e di puntare l’indice verso nord. Molti si sono rifiutati perché non conoscevano la risposta. Quelli che hanno accettato, invece, prima anno riflettuto e poi hanno puntato il dito in tutte le direzioni possibili. Ho ripetuto lo stesso esercizio ad Harvard, Princeton, Mosca, Londra e Pechino, sempre con gli stessi risultati.

Una bambina di cinque anni di una particolare cultura porta a termine con disinvoltura un compito che mette in difficoltà eminenti scienziati di altre culture. Come si spiega questa grande differenza di capacità cognitive? La risposta, forse, è il linguaggio. Da secoli si ipotizza che lingue diverse potrebbero dare capacità cognitive differenti. A partire dagli anni trenta questa ipotesi è stata associata ai linguisti statunitensi Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, che avevano studiato come variano le lingue e avevano ipotizzato che lingue diverse potrebbero far pensare in modo differente. All’inizio l’ipotesi era stata accolta con entusiasmo, ma c’era un problema: l’assenza quasi totale di prove. Verso gli anni settanta l’ipotesi di Sapir-Whorf è stata abbandonata per teorie secondo cui linguaggio e pensiero sono universali che irrompono sulla scena.

Di recente però sono emersi nuovi riscontri empirici a sostegno dell’ipotesi secondo cui le lingue plasmano il pensiero. Queste nuove prove ribaltano il dogma ormai decennale sull’universalità e generano idee affascinanti sulle origini della conoscenza e la costruzione della realtà. I risultati hanno implicazioni importanti su diversi aspetti della cultura umana, come il diritto, la politica e l’istruzione.

Spazio, tempo e lingue.

Nel mondo si parlano circa 7.000 lingue, ciascuna delle quali richiede capacità molto differenti. Poniamo che voglia dirvi: “Ho visto zio Vanja sulla 42ma strada”. Nella lingua mian, parlata in Papua Nuova Guinea, il verbo che ho usato rivelerebbe se l’evento è accaduto poco fa, ieri o in un passato lontano; in indonesiano, invece, il verbo nemmeno ci direbbe se è già accaduto o se sta per verificarsi; in russo rivelerebbe il mio genere sessuale; in mandarino dovrei specificare se lo zio è quello materno o paterno e se è mio parente di sangue oppure acquisito, perché ci sono parole differenti per questi vari tipi di zio (è un fratello della madre, come chiarisce la traduzione in cinese). E in pirahã, lingua parlata in Amazzonia, non potrei dire quarantaduesima, perché non ci sono parole per numeri esatti, ma solo parole per “pochi” e “molti”.

[…] Ritorniamo a Pormpuraaw. A differenza dell’inglese, la lingua kuuk thaayorre parlata a Pormpuraaw non usa  termini spaziali relativi, come destra e sinistra. Gli aborigeni che parlano kuuk thaayorre si esprimono riferendosi ai punti cardinali assoluti: nord, sud, est e ovest. Naturalmente anche in inglese (o in italiano) usiamo i termini riferiti ai punti cardinali, ma solo per scale spaziali di grandi dimensioni. Non diremmo mai: “Hanno messo le forchette dell’insalata a sud-est delle forchette normali, quei bifolchi!”. Invece, nella lingua kuuk thaayorre le direzioni cardinali sono usate a ogni scala. […]

Le persone che pensano lo spazio in modo differente probabilmente pensano in maniera differente anche il tempo. Per esempio con Alice Gaby, dell’Università della California a Berkeley, abbiamo dato a persone di lingua kuuk thaayorre alcune fotografie che mostravano una progressione temporale: un uomo che invecchia, un coccodrillo che cresce, una banana che viene mangiata. Poi abbiamo chiesto di diporre sul terreno le immagini mescolate e di indicare il corretto ordine temporale.

Ciascuna persona ha fatto il test due volte, e ogni volta era rivolta verso un punto cardinale diverso. Le persone di lingua inglese ordinavano le foto in modo che il tempo procedesse da sinistra verso destra, e quelle di lingua ebraica tendevano a disporre le foto da destra a sinistra. E’ la dimostrazione che la direzione della scrittura influenza l’organizzazione del tempo. Invece, di regola i Kuuk Thaayorre non disponevano le foto da sinistra a destra, né da destra a sinistra, ma da est a ovest. Ovvero: quando erano rivolti a sud, disponevano le immagini da sinistra verso destra, quando erano rivolti a nord le foto seguivano l’ordine da destra verso sinistra, quando guardavano a est le carte si avvicinavano al corpo e così via. Non abbiamo mai rivelato ai partecipanti la direzione in cui erano rivolti. I Kuuk Thaayorre lo sapevano già, e usavano l’orientamento spaziale per costruire la rappresentazione del tempo.

Le rappresentazioni del tempo variano moltissimo nelle diverse aree del mondo. Per esempio le persone che parlano inglese considerano il futuro “davanti” e il passato “dietro”. […] Ma in aymara, lingua parlata sulle Ande, il passato è considerato davanti e il futuro dietro. E il linguaggio del corpo degli Aymara corrisponde al loro modo di parlare: nel 2006 Raphael Nunez, dell’Università della California a San Diego, ed Eve Sweetser, dell’Università della California a Berkeley, hanno scoperto che gli Aymara si esprimono con gesti davanti al corpo quando parlano del passato e dietro al corpo quando discutono del futuro.

Chi è stato?

Persone di lingua diversa differiscono anche nel modo di descrivere gli eventi e, di conseguenza, nel modo di ricordare chi ha fatto che cosa. […] Con la studentessa Caitlin M. Fausey abbiamo scoperto che queste differenze linguistiche influenzano il modo di ricostruire gli eventi e hanno conseguenze sui ricordi dei testimoni oculari. Nel nostro studio pubblicatonel 2010, volontari di lingua inglese, giapponese e spagnola hanno osservato filmati di due ragazzi che facevano scoppiare palloncini, rompevano uova e rovesciavano bevande, intenzionalmente o accidentalmente. Poi, a sorpresa, abbiamo fatto un test di memoria in cui si doveva indicare quale dei due ragazzi aveva compiuto l’atto osservato. Un altro gruppo di volontari di lingua inglese, spagnola e giapponese ha descritto gli stessi eventi. Come risultato abbiamo trovato proprio le differenze nella memoria dei testimoni oculati previste dai modelli liguistici. I volontari di tutte e tre le lingue descrivevano gli eventi intenzionali indicando un responsabile, dicendo cose del tipo “lui ha fatto scoppiare il palloncino”, e tutti e tre i gruppi ricordavano bene l’autore di queste azioni intenzionali. Nel caso di eventi accidentali, però, sono emerse differenze interessanti: i volontari spagnoli e giapponesi erano meno inclini degli inglesi a descrivere gli eventi come opera di una persona e, coerentemente, ricordavano l’autore meno bene rispetto ai volontari di lingua inglese. Non era un problema di memoria più scarsa, ricordavano i responsabili degli eventi intenzionali altrettanto bene dei volontari di lingua inglese.

L’articolo prosegue analizzando l’apprendimento di cose nuove, poi si concentra sulla possibilità che sia la mente a influenzare la lingua, e non viceversa, analizzando pregiudizi automatici e atteggiamenti impliciti in persone che parlano fluentemente due lingue.
Nel caso dovesse interessarvi sapete dove trovare l’articolo.

Altre cose della stessa autrice possono essere trovate facilmente in rete, anche se in inglese, come ad esempio qui: “How does our language shape the way we think“.

Buona lettura.

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