Lingua madre

Posted on 9 maggio 2011

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E’ da poco uscito il nuovo saggio dell’antropologa Falk Dean, intitolato “Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio“, edito da Bollati Boringhieri.Lingua madre: il nuovo libro di Falk Dean

La tesi dell’autrice è che la necessità del linguaggio sia nata molto prima del previsto e per motivi tutt’altro che scontati.
Faccio una premessa prima di spiegarvi la sua idea.

L‘andatura bipede è attestata da almeno 3,7 milioni di anni: a Laetoli, in Tanzania, si sono conservate impronte di tre individui che camminavano in posizione eretta, apparentemente in modo abituale (non si sono conservate tracce di appoggio delle nocche delle mani mentre i piedi non presentano l’aluce mobile e hanno invece l’arco sottoplantare caratteristico dell’uomo moderno).

Altri studi sottolineano come la postura eretta possa essere sorta indipendentemente per convergenza evolutiva in vari altri primati, dimostrando come l’evoluzione abbia “sperimentato” il bipedismo più volte. In tal caso le date sono di 21 milioni di anni fa per il primate arboricolo Morotopithecus bishopi, e 9 milioni di anni fa per il primate Oreopithecus bambolii (trovato, tra gli altri siti, anche in Italia).

La valutazione generalmente accettata dagli studiosi fa risalire il bipedismo negli ominidi a 5 milioni di anni fa, anche se il modello statistico di Robert D. Martin e colleghi del Field Museum  lo anticipa a 8 milioni di anni fa (si veda il relativo articolo de “Le Scienze”). In entrambi i casi questi nostri ominidi vivevano ancora in un ambiente di tipo forestale e continuavano dunque ad arrampicarsi; il bipedismo sarebbe stato dunque una scelta locomotoria facoltativa.
I vantaggi di questa rivoluzione sono molti, ma gli studiosi ancora discutono quale sia stata la causa scatenante: migliore disponibilità di risorse alimentari, possibilità di difendere i piccoli usando gli arti superiori, chissà…

Altrettanto interessanti sono infine le conseguenze evolutive di questo passaggio, ovvero gli effetti (più o meno desiderabili):

  • La curvatura della schiena passa dalla forma ad arco (tipica dei vertebrati) all’attuale forma a S, che favorisce la scomposizione delle forze gravanti sul resto del corpo, ma che ha i suoi svantaggi quando si tratta di trasportare pesi (con relativi mal di schiena).
  • Il foro che collega cranio e colonna vertebrale si sposta verso il basso e in avanti; il bacino si accorcia e offre un migliore attacco ai muscoli del gluteo, così da garantire l’equilibrio; il femore si allunga e inclina, in modo da scaricare il peso del corpo.
  • L’alluce perde la sua divaricazione rispetto alle altre dita e si allinea a queste; l’intero piede assume una struttura arcuata che consente di attutire meglio l’impatto dei passi.
  • Il pene si allunga rispetto a quello degli altri primati, probabilmente come adattamento fisico che segue un’evoluzione culturale nei costumi sessuali.

E fin qui la teoria meglio accettata. Torniamo al libro cui ho accennato prima.

L’autrice sostiene che vi è stata un’ulteriore conseguenza del bipedismo: l’impossibilità, da parte dei piccoli, di aggrapparsi da soli alla mamma. E i piccoli dei primati, a differenza degli altri vertebrati, sono fortemente dipendenti dal contatto fisico con la madre.

Questo significa che un piccolo di ominide può aver bisogno di esprimere una serie di bisogni più ampia del classico “io sono qui, tu dove sei?” che troviamo in tanti vertebrati: e difatti i neonati degli ominidi hanno sviluppato nuovi modi di gridare, tra cui anche il pianto con lacrime, che gli altri primati non conoscono. E in questo senso le lacrime umane sarebbero un’ulteriore (per quanto indiretta) conseguenza del bipedismo.

Dall’altro lato, le madri avevano bisogno di intendere i pianti, la mimica facciale e i gesti dei loro figli, cosa che ha portato ad abilità basate su sostrati neurologici specifici. Per riassumere: è la prolungata dipendenza degli infanti dalla propria madre che ha consentito loro di porre le basi del linguaggio. E, già che c’erano, di disporre di tempo sufficiente per venire introdotti alla socializzazione, cosa che da quel momento in poi avrebbe fatto a sua volta da traino per sviluppare altre necessità e tecniche comunicative.

Si badi bene: stiamo parlando di linguaggio, non di lingua. Ovvero, ancora niente sintassi, grammatica o altre strutture complicate. Ma, quantomeno, in questo modo l’autrice dà agli ominidi un sacco di tempo, qualcosa come otto milioni di anni, per  sviluppare tutto questo partendo dal bisogno (e dalla capacità) di comunicare qualche cosa.

Da questa tesi l’autrice sviluppa tutto il resto del libro approfondendo alcuni argomenti quali:

  • il maternese, la lingua universale dalle tonalità affettive e dalle modulazioni musicali con cui in tutto il mondo ci si rivolge ai bambini
  • la musicalità del linguaggio (prosodia, tono di voce)
  • la diffusione delle invenzioni protoculturali da parte di madri e individui giovani

Infine cito ciò che Felice Cimatti ha scritto su “il Manifesto” giovedì 11 aprile 2011: le due teorie attualmente più diffuse sulla funzione del linguaggio umano sono

  • la teoria comunicativa (parliamo per trasmettere pensieri da una testa all’altra), di cui è esponente ad esempio Noam Chomsky
  • la teoria cognitiva (parliamo per articolare in modo esplicito i nostri pensieri), di cui è esponente ad esempio Steven Pinker (che ne ha parlato recentemente in un video che ho indicato qui)

La teoria di Dean Falk si pone dunque come terza via che esce da una dimensione puramente intellettuale e si avvicina ad un’emotività quasi corporea.
Buona lettura.

http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833921969

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