Etimologia di Vajassa [Updated]

Posted on 16 maggio 2011

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Ricevo e volentieri pubblico questo articolo del professor Giuseppe Polimeni sull’etimologia della parola napoletana “vaiassa“.

Buona lettura.

Vaiassa: le pari opportunità del dialetto

“A Napoli quelle come lei le chiamano vaiasse”. Così l’onorevole Mara Carfagna ha dichiarato riferendosi alla collega Alessandra Mussolini, dopo un intenso scambio di scatti e di battute sui banchi (i palchi?) della Camera: il giornale era “Il Mattino” e i napoletani, leggendo la notizia davanti al caffè e sorridendo, non hanno sentito l’esigenza di una traduzione, né l’autrice ha pensato di dover proporre una versione italiana. L’espressione è di per sé intraducibile, difficile da comprendere fuori dal contesto: bisogna esserci nati in una città, come in un dialetto, per percepire la stratificazione di significati che ogni parola porta con sé e che accumula nella sua storia.

La traduzione è stata richiesta, come è lecito, dai forestieri, che hanno chiamato in causa i Napoletani di ogni estrazione e grado, quelle voci che, a livelli diversi, ci rendono partecipi della cultura partenopea: La Capria, la Laurito, De Simone. Naturalmente anche Wikipedia non ha fatto mancare la sua versione, con laconica sicurezza. Ma l’ultima parola sulla questione l’avremmo volentieri sentita dal conte Antonio de Curtis, in arte Totò.

C’è del buono. Finalmente una città non è più solo i rifiuti e la camorra, ma è anche questa battuta, in una sceneggiata (non una fiction, per fortuna, e nemmeno un reality) che qualcuno, sorridendo e con un po’ di nostalgia, definirebbe “napoletana”.

Forse la vaiassa non ha un legame diretto, etimologico con il basso, il vicolo napoletano, a cui però senz’altro la ricollega una suggestiva consonanza: vasciaiole, le donne del vicolo. Come non risentire nel suono della parola le vasciaiole mentre si scambiano insulti o semplicemente si chiamano da un vascio all’altro?

Forse vaiassa (vajassa) è qualcosa di più e di diverso. Basta scorrere il Dizionario etimologico napoletano di Francesco D’Ascoli e ritrovare il significato di “fantesca”, “donna volgare”. È il Dizionario etimologico italiano di Carlo Battisti e Giovanni Alessio (e così le postille etimologiche di Carlo Salvioni) a indicare il significato di “serva”, “fantesca”, ma anche “donna d’infimo rango” e “sgualdrina” da una base *bacassa/*bagassa (di origine oscura, forse orientale), che è poi quella da cui proviene bagascia. Ma come non sentirci anche l’abbaiare o forse il baiare, “gridare”, “urlare”, “schiamazzare”, che è dell’italiano e ha importanti attestazioni nei testi napoletani?

Si potrà poi attraversare la letteratura napoletana, dalla Vajasseide di Giulio Cesare Cortese, evocato da La Capria, alle straordinarie battute di Basile con cui la moglie che vanta nobili origini apostrofa il marito povero: “Ragazzo, vaiassone, / non mierete scauzareme ’sta scarpa”. Chi cerca un adattamento contemporaneo riascolti la bella canzone di Vinicio Capossela, che si domanda Che coss’è l’amor? e risponde argutamente: “è la Ramona che entra in campo”, lei “come una vaiassa a colpo grosso”.

Lasciando l’antica origine delle parole, quel che conta, in tempi di lingua sempre più grigia, è che il dialetto, con un’espressione di colore, sa fotografare in una battuta la persona (sarà forse la giusta vendetta allo scatto con il telefonino?), mettendola a tacere.

Vaiassa è un “termine da vicolo” che taglia la lingua italiana del quotidiano e agisce trasversalmente, chiamando a raccolta tutti i napoletani e i campani, al di là degli schieramenti politici, e invitandoli a riconoscersi in una battuta da commedia. Se la voce può suonare offensiva, a colpire è l’effetto di un’etichetta che, staccata dalla parlata locale e caricata così di una portata comica, chiama a ridere (o sorridere) perché fa sentire un’appartenenza e la consapevolezza di un basso (della città e del corpo) che a tutti i napoletani è ben noto. Quella parola poi ha avuto fuori Napoli l’effetto di accendere la curiosità, di invitarci a cercare un corrispettivo (che forse non esiste) nella lingua italiana.

Ecco allora che il dialetto, che sembrava sempre più lontano da una realtà / virtualità di siti, di social network e di blog, torna alla ribalta, diventa parola della commedia delle lingue. È una forza viva quella del termine, un’energia che pulsa sotto l’italiano e che il Ministro ha usato consapevolmente: la definizione non è arrivata sotto forma di insulto (“è una vaiassa”), ma mediata per bocca altrui (“A Napoli quelle come lei le chiamano vaiasse”), quasi che a parlare fosse la voce della gente, incaricata di definire e giudicare un atteggiamento e una sceneggiata: insomma la battuta del popolo che parla per bocca del Ministro.

Ogni tanto il dialetto torna a reclamare il ruolo che gli spetta, affiora con forza dal nostro passato e si fa sentire nel presente vivo e pulsante, reclamando le pari opportunità.

Scusi, Ministro, se l’avevamo sottovalutata.

AGGIORNAMENTO:
Di vaiasse ne parlava anche Vinicio Capossela nella canzone “Che coss’è l’amor”, del 1994, presente nel suo terzo album, “Camera a Sud“:

Che cos’è l’amor
è la Ramona che entra in campo
e come una vaiassa a colpo grosso
te la muove e te la squassa
ha i tacchi alti e il culo basso
la panza nuda e si dimena
scuote la testa da invasata
col consesso
dell’amica sua fidata

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