Il linguaggio dei Puffi [Updated]

Posted on 19 settembre 2011

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Il film dei Puffi non c’entra niente. O almeno credo.

Il fatto è che su AlfaBeta2 di questo mese è (ri)apparso un articolo di Umberto Eco (precedentemente pubblicato su quelle pagine nel lontano 1979) che riguarda il linguaggio dei Puffi e ciò che da quello si può capire del linguaggio di noialtri.

Cito alcuni passaggi, mentre per l’articolo intero potete ancora cercare l’ultimo numero in edicola (settembre 2011 – si veda però l’aggiornamento qui sotto).

Dovuti al genio del disegnatore belga Peyo (la cosiddetta scuola francofona del fumetto è in gran parte belga, basti pensare allo Hergé di Tintin), gli Schtroumpf – in italiano i Puffi – sono una delle creazioni più graziose e avvincenti del fumetto comico odierno. Già introdotti in Italia dal “Corriere dei Piccoli”, ora vengono pubblicati dall’editore Salani, in albi cartonati, a colori, e a questi primi quattro albi ne seguiranno, per la gioia dei lettori grandi e piccini, altri sei. Dei lettori piccini qui non ci occuperemo: diremo al massimo ai genitori che le storie dei Puffi sono deliziose, fiabesche ma piene di humor, un occhio al fantastico e un occhio ai problemi dell’attualità, ben disegnate, comprensibili per tutte le età, e quasi educative. Non c’è purtroppo il sesso, perché i Puffi sono una tribù di nanetti blu tutti maschi (tranne una Puffetta che fa apparizioni occasionali e piuttosto fantasmatiche), tanto che non si capisce come si riproducano. Forse si diventa Puffi per cooptazione, come all’università. Ma questo ai piccini non ditelo. Ditegli semmai che se saranno buoni potrebbero diventare, un giorno, puffi anche loro. E’ come una comune di autonomi, ma senza giradischi e armi improprie. Un Macondo vero. Un sogno dell’età dell’oro, l’Egloga Quarta con un pizzico di sette nani, ma meno oleosi.

[…] Quanto si è detto consiglierebbe di condurre il nostro discorso sugli originali, ma tutto sommato possiamo continuare lavorando sulla traduzione, anche perché qualche maledetto schtroumpf mi ha schtroumpfato la mia collezione di Peyo originali. Se lo schtroumpfo, lo schtroumpfo. Ovvero, se lo puffo gli faccio una puffa così, ve lo puffo, sulla puffa dei miei puffi.

Mi avete capito benissimo. E ciò malgrado il linguaggio puffo sembra mancare di tutti i requisiti necessari a una lingua funzionante. Infatti una lingua tende a crescere elaborando per ogni significato […] un significante, ovvero un’espressione identificabile. Quanto più una lingua è duttile, quanti più sinonimi possiede (più parole per una sola cosa) e se conserva degli omonimi (una sola parola per due cose), deve risolvere seri problemi di rappresentazione semantica. […] Secondo i princìpi della linguistica tradizionale (o linguistica della frase) la lingua puffa non dovrebbe permettere la comunicazione tra i membri del gruppo. Follia: i Puffi si capiscono benissimo e noi capiamo loro.

Questo significa che la lingua puffa risponde alle regole di una linguistica del testo: ogni termine è comprensibile e rapportabile ad altri solo se lo si vede nel contesto e lo si interpreta alla luce del “tema” o topic testuale. Non solo. Noi ci accorgiamo che possiamo comprendere il puffo perché ogni Puffo usa il termine “puffo” e i suoi derivati solo e sempre in quei contesti in cui una frase del genere è già stata pronunciata. “Ho puffato un puffo” rischia di essere incomprensibile, ma “pufferò sino alla morte” e “tutti insieme, la puffa nella puffa” dicono molto bene quel che vogliono dire. E questo per il semplice motivo che sono espressioni prefabbricate. […]

Infine, se due persone che litigano si dicono “io ti puffo la testa” o “ti spacco la puffa”, noi comprendiamo cosa stanno dicendo perché facciamo ricorso a sceneggiature di azioni che fanno parte della nostra competenza enciclopedica, ovvero del nostro sapere sociale. […]

D’altra parte noi comprendiamo cosa un puffo dice perché (siccome ci muoviamo in un fumetto) noi vediamo cosa fa La lingua puffa sarebbe incomprensible se fosse tutta scritta o tutta parlata, senza riferimento alle immagini. Limite del fumetto? Macché! Una lingua umana è parlata a fumetti. Infatti noi la parliamo nelle circostanze concrete di emissione o di enunciazione. In verità la nostra lingua umana puffa sempre. Noi diciamo “questo” e “quello ” e sarebbero espressioni incomprensibili se, nel contesto parlato, o nella circostanza esterna (rinvio alla percezione, a quanto si vede, si tocca o si è visto o toccato prima – o annusato) noi non vedessimo a fumetti quello di cui si parla. […]

Qui sono in gioco i problemi socio-linguistici che riguardano la differenza tra codice elaborato e codice ristretto. I puffi in un certo senso appartengono a una minoranza linguistica emarginata: parlano pidgin. Facciamo un’ipotesi: che se io dico “nel puffo del cammin di nostra puffa” ogni Puffo mi capisca, mentre se dico “puffo è il più crudele dei puffi – genera puffi dalla morta puffa – mescola puffi e desideri […]”, essi si trovino in imbarazzo. Se ciò fosse vero, significherebbe che i Puffi hanno introdotto nella loro enciclopedia culturale Dante, ma non Eliot, possono puffare su Dante ma non su Eliot. […] La regola d’uso del puffo che abbiamo ipotizzata non è solo una regola pragmatica, perché quando stabilisce che bisogna evitare l’ambiguità rinvia, per la definizione di ambiguità, a una semantica in forma di enciclopedia intertestuale,: è non-ambiguo tutto ciò che si riferisce alla lingua già parlata di cui tu hai conoscenza e ricordo. […]

Grazie a Spari d’Inchiostro per la segnalazione.

AGGIORNAMENTO (3 Ottobre 2011):
L’articolo completo è stato pubblicato in Rete sul sito di AlfaBeta2: lo trovate qui.
http://www.alfabeta2.it/2011/10/03/schtroumpf-und-drang

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Posted in: Facetiae