Le ultime parole (di Ivano)

Posted on 10 novembre 2011

0


Dice Ivano Fossati:

In piena decadenza
Le parole non hanno chance
È proprio una faccenda inquietante
Il pensiero che degenera
Facciamo un affare con Dio
Ci lasci una seconda possibilità
Se può

Sono della stessa idea ad esempio anche Gustavo Zagrebelsky e Gianrico Carofiglio, entrambi interessati alla lingua contemporanea per motivi perlopiù politici, ed entrambi animati da un approccio che qualcuno ha chiamato “linguistica dei parlanti“, ovvero un punto di vista che privilegi la comunicazione, l’uso e il funzionamento della lingua piuttosto che la sua struttura formale.

Si pensi ad esempio a cosa scrive Zagrebelsky introducendo il suo snellissimo saggio “Sulla lingua del tempo presente“, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2010 (ISBN 9788806207748):

L’argomento di questo libro è la lingua del presente momento sociale e politico. La lingua è la manifestazione autentica, non solo l’espressione artificiale di ciò che è colui che parla. Attraverso l’ascolto della sua lingua si può cercare di percepire qualcosa dell’essere che la usa, e che usa quella e non altra lingua. “Il linguaggio come ‘casa dell’essere'”, secondo uno degli oscuri e, al tempo stesso, provocanti motti di Martin Heidegger (In cammino verso il linguaggio, Mursia, Milano 2007): il linguaggio che al tempo stesso introduce gli uni agli altri e separa gli esseri parlanti. Per questo, lo studio della lingua d’una certa fase storica è il passaggio inevitabile per la consapevolezza dell’ambiente umano in cui viviamo.

Ma la lingua non è solo manifestazione, che può essere interrogata per penetrare nel mondo ideale in cui è elaborata. Cioè, non è solo via per un procedimento da fuori a dentro. E’ anche “strumento espressivo” che da dentro va fuori e mira a colpire chi lo riceve; è dunque anche un mezzo per plasmare le menti del pubblico ascoltatore. In un affascinante saggio sulla lingua al tempo del Nazismo /LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, Giuntina, Firenze 1998), il filologo Viktor Klemperer ha trattato della forza della lingua come strumento di omologazione del sentire comune, di orientamento delle coscienze, di trasmissione di convinzioni e atteggiamenti mentali con lo scopo di farli assumere ad altri, inconsapevolmente. Dunque: la forza plasmatrice della lingua. […]

Il volume di Carofiglio è invece “La manomissione delle parole“, Rizzoli, Milano, 2010 (ISBN 9788817043687).

Questo approccio è criticato da chi invece si rifà ad un approccio linguistico decisamente differente, ovvero chi è convinto che le le lingue non siano un’entità indivisibile ed essenziale bensì costruzioni formali, sistemi e strutture che accorpano differenze, “le cui dipendenze interne producono, a posteriori, quei suoni e quei concetti che i parlanti, ingenuamente, credono di adoperare al momento della comunicazione” (Gianfranco Marrone).
Sempre di Marrone si veda ad esempio la critica che porta alle operazioni di Zagrebelsky e Carofiglio (all’interno di un articolo più vasto che trovate online e di cui ho parlato qui):

Si discetta delle relazioni fra lingua e potere? Si indaga sulle degenerazioni della cultura attuale usando come spia gli usi linguistici del nostro presente? Ed ecco che le parole tornano in gioco e in causa, presunto inizio e supposta fine d’ogni affaccendarsi linguistico. Si badi: meno male che, nonostante tutto, qualcuno si prende la briga di gettare un occhio sulla lingua e sulle sue responsabilità sociali e politiche. Bisogna esser grati a scrittori e giuristi, politologi e opinionisti vari d’essersi interessati ad argomenti che gli specialisti, dal canto loro, per troppo tempo stanno considerando non pertinenti alle loro discipline. Non avendo tuttavia, come è ovvio che sia, gli strumenti tecnici per farlo in modo pertinente ed efficace.

I riferimenti citati da Marrone sono Saussure, Hjelmslev, Jakobson, Bonveniste e Greimas.