Arcobaleni

Posted on 29 novembre 2011

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Credo che conosciate tutti  Urban Dictionary; cito da lì:

Rainbow – A game where a group of girls use different coloured lipstick to make rings along the length of a boy’s penis with their lips. Usually done by girls too young to give head.
After they gave the boy a rainbow, his penis looked like a candy cane!

Capita anche a Milano ma con una sfumatura che fa cadere del tutto l’idea del gioco. Bambine di quattordici anni che ti fermano per strada, ognuna con un rossetto di colore diverso, scandalizzate quando mostri di non sapere che cos’è che ti stanno offrendo ma con le idee chiare per quel che riguarda il prezzo.

Dal punto di vista di chi è cresciuto con una cultura differente dalla loro questa si chiama prostituzione; dal punto di vista loro probabilmente no. Nel senso che una bambina di quattordici anni non sta anteponendo agli insegnamenti morali dei suoi genitori un’etica differente, che la superi: per loro il fatto non si dà e quello è solo un modo per ricaricare il cellulare.

Il punto è che il consesso sociale, lo Stato, il popolo italiano non è più in grado di fornire a queste persone un modello comportamentale diverso né di metterle di fronte a principii evidentemente mai affrontati sinora.

Tu che leggi: le bambine in questione hanno una forte probabilità di divenire le colleghe, le amiche, le nemiche dei tuoi figli. Se però continueranno a utilizzare questo modo di interpretare il mondo, se è normale essere corruttibili, edonistici, individualisti, la vita dei tuoi figli sarà molto movimentata.

Che si può fare?
Se arriva in tempo si chiama educazione, se arriva tardi è terapia. Una prima possibilità d’intervento sarebbe potuta consistere nel presidiare la fase dell’istruzione e nell’apportarvi riforme vere: scuole, oratori, centri sociali; istituti tecnici, università. Ma, per quel poco che vale la mia opinione, quella è una generazione spacciata.

Resta così l’ambito della terapia, del recupero: ma anche qui la mia ignoranza è abissale e non saprei da che parte dovreste cominciare né cosa suggerire.

Una terza via potrebbe invece consistere nell’apportare forze nuove: “diluire” quella generazione di italiani con coetanei dalla cultura differente. Diverse idee, diversi valori, diverse soluzioni ai problemi, il tutto con la speranza che una giustapposizione di strumenti sfoci in un confronto dialettico costruttivo.
Sono un immigrato, è ovvio che io la veda in questo modo.

Ma se davvero lo voleste fare dovreste partire dal basso, dovreste cominciare a velocizzare l’assimilazione degli stranieri nelle vostre città, creare un indispensabile senso civico comune. Questa cosa sta succedendo a Milano, e occorre intervenire lì. Per quel che riguarda l’ambito della linguistica potrei suggerire di

  • puntare sui corsi di italiano per gli stranieri (e qui torniamo a un argomento di natura linguistica: la Second Language Acquisition),
  • snellire la burocrazia (almeno quella cittadina, in attesa di migliorare quella statale: e qui ce n’è, di lavoro linguistico da fare…),
  • migliorare la comunicazione tra le persone (e tra le persone e le istituzioni – un mio articolo di qualche tempo fa su come rendere leggibile un testo a stranieri, anziani e disabili potrebbe tornare utile: lo riscriverò presto, ché non ci si capisce nulla).

Non sarà facile. Avete sputtanato un bel po’ di energie, in questi ultimi anni: ma c’è l’arcobaleno che incombe, lì fuori.
Buona giornata.

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