Dizionario compendioso

Posted on 22 maggio 2012

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Consultare un vecchio dizionario per analizzare il modo in cui in nel passato venivano date alcune definizioni è un simpatico esercizio di cui abbiamo già parlato qualche tempo fa.
Questo esercizio può essere esteso facendo un salto ancora più indietro nel tempo e dedicandosi alle enciclopedie, non solamente ai dizionari; ad esempio, su Google Libri è possibile consultare numerose opere antiche davvero interessanti.

Io ho fatto alcuni esperimenti tramite il “Dizionario compendioso d’antichità per l’intelligenza dell’Istoria Antica, sì sacra che profana, e degli Autori Greci e Latini“, di E. J. Monchablon, “Maestro d’arti e di pensione nella Università di Parigi”: il testo è del1778, e lo trovate pubblicamente disponibile qui. Si tratta di un tentativo di riassumere le conoscenze sull’antichità (ovvero, essenzialmente, su Greci e Romani, più qualche cosa sull’Ebraismo in generale).
Su LiberLiber è stato pubblicato lo stesso testo colmandone le lacune (che ignoravo esserci, ma io ve lo segnalo).

Qui di seguito elenco alcune interessanti definizioni fornite dal nostro Maestro d’arti: altre le potrete trovare usando gli strumenti di ricerca messi a disposizione da Google Libri.

Acclamazione. Non era questo uno stridore indistintamente pronunziato e confuso, ma una formula di parole vive ed energiche, con cui si esprimevano i voti, un consenso, degli applausi e della gioia. L’acclamazione ebbe la sua origine dagli spettacoli, donde ella passò al Senato e poscia alle assemblee pubbliche, alla corte degli Imperadori, ai tribunali inferiori, eccetera.

Altare. I pagani avevano molte sorti d’altari per i sacrifizi, che facevano alle loro divinità. Gli altari degli Dei Infernali erano interamente profondati sotterra, né si scoprivano se non nei tempi delle Feste che celebravano in loro onore. Quelli de’ Dei terrestri erano a fior di terra, né consistevano sovente che in uno piccolo spazio di terra affatto nuda. S’innalzavano di alcuni piedi quelli de’ Dei del Cielo, e questi variavano oltremodo quanto alla materia e alla forma. Ve n’era di terra e di zolle; altri di cenere; alcuni di terra stemperata e legata col sangue; la maggior parte erano di pietra e qualche volta di legno. La loro forma più ordinaria era la rotonda; ma se ne facevano anche di bislunghi e ovali, e di quadrati. Si collocavano il più delle volte sopra montagne, o sopra luoghi elevati, affinché fossero meno esposti ad essere profanati.

Amuleti. Il Signor Conte di Caylus nel secondo tomo della sua Raccolta d’Antichità pensa che gli Amuleti abbiano sempre avuto un doppio oggetto, quello di lusingare la superstizione de’ popoli e quello di servire di sigillo o di contrassegno di confessione o di presnza col mezzo del loro impronto; opinione tanto più verosimile, quanto è cosa rara trovare di questi Amuleti, i di cui subbietti siano di rilievo. Gli antichi hanno cominciato a portare al collo questa sorte di confessioni in que’ tempi, ne’ quali la scrittura era meno in uso.

Apoteosi. Quest’era una cerimonia per cui gli antichi Romani riponevano nel numero de’ Dei del paese coloro che credevano degni di quest’onore, o piuttosto coloro che una vile e indegna adulazione voleva innalzare. Ecco ciò che più comunemente si praticava per farlo. Si ordinava da prima un lutto universale, accompagnato da alcune cerimonie. Si faceva poscia un’immagine di cera che rappresentava colui ch’era il soggetto dell’Apoteosi, e la si collocava all’ingresso del palazzo sopra un letto d’avorio, di cui la coperta era di drappo d’oro. Alla sinistra sedevano in corpo i Senatori vestiti d’abiti neri, e alla dritta le Dame del primo rango in abiti bianchi, schietti, senza gemme e senza alcun ornamento: lo che durava sette giorni, lungo i quali si trasferivano i Medici a visitar l’immagine, e come se quello, che l’immagine rappresentava fosse stato ancora vivo, dichiaravano che il suo male s’accresceva, e che non avevano quasi più speranza. Coloro ch’erano presenti mandavano dei sospiri, i quali raddoppiavano a misura che fingevano d’apprendere che il male s’aumentava. Finalmente i Medici avendo dichiarato ch’egli era morto, i più giovani de’ Senatori e i Cavalieri Romani trasportavano il letto sulle loro spalle, e traversando la strada nominata via sacra, lo deponevano nell’antico forum, ove i magistrati erano soliti dimettersi dai loro impieghi spiratone il tempo. Ai lati della piazza eranvi due palchi, l’uno de’ quali conteneva un gran numero di giovanotti e l’atro di donzelle, tutti d’una nascita distinta, i quali d’un tuono lugubre cantavano degl’inni a gloria del morto. Dopo di che i Senatori e i Cavalieri levavano di nuovo il letto e lo portavano fuori della città nel campo di Marte, ove stava innalzata una piramide di legno, del più fino lavoro, ornata di figure. Essa aveva quattro piani. Il primo, ch’era quadrato, fomrava una spezie di camera ripiena di materie combustibili, e ornata al di fuori di drappo d’oro. Il secondo piano, simile al primo nella forma, benché un poco meno grande, e decorato di simili ornamenti, era aperto dai quattro lati. Sopra di questo eravene un terzo più piccolo dei due altri, e finalmente un quarto più stretto ancora dei precedenti, affinché andando sempre diminuendosi formasse una spezie d’obelisco. Il letto con la statua stava nel secondo piano, ch’era ripieno di fiori, di legni odorosi, e di aromati. I Cavalieri Romani correvano allora a cavallo intorno alla piramide, al suono di guerreschi strumenti. Dopo di essi seguivano dei carri, sopra i quali vedevansi delle persone mascherate ricoperte di vesti di porpora, che rappresentavano i più illustri Imperadori, e i più famosi Generali dell’Impero. Poscia l’Imperadore regnante, con una sace [??] in mano attaccava fuoco al rogo, e dopo di lui i Consoli e i Senatori al sito ch’era loro stabilito. Tutto ardeva in un istante, e tosto si vedeva uscire dal mezzo delle fiamme un’acquila, che prendendo il fuoco si disperdeva nell’aria, e spirava dagli occhi de’ spettatori; il che era seguito da un’infinità di grida e di applausi per parte del minuto popolo, il quale si persuadeva che quest’uccello portasse in cielo l’anima dell’Imperadore, di quello o di quella per cui si faceva la cerimonia dell’apoteosi.

Bagni. La maniera di vivere e di vestirsi degli antichi, loro rendeva l’uso de’ bagni necessario e indispensabile; ne’ primi tempi la semplicità, con cui li prendevano, corrispondeva a quella della loro vita.

Belletto. Chiaro si conosce dall’esempio di Jezabele, e dal belletto immortale di Venere, di cui parla Omero, che fino dai più remoti tempi le donne che volevano piacere si sono immaginate di poterlo fare più sicuramente dipingendosi il volto di rosso, le palpebre di nero e così di seguito. L’invettive di tutti i secolli non hanno potuto guarirle da questa falsa idea, o piuttosto da questa debolezza. Una Sacerdotessa d’Apollo interrogata sopra il colore che poteva maggiormente contribuire a dar risalto alla bellezza, rispose ch’era quello del pudore. Converrà egli aggiungere che non solamente le donne non hanno avuto riguardo a un oracolo, che non doveva essere loro sospetto, né a tutto ciò che si è poi detto contro un uso sì irragionevole e sì puerile, ma ancora che vi sono stati degli uomini quasi in tutti i tempi, i quali si sono avviliti a ricevere dalle donne quest’uso?

Bevanda. L’acqua semplice fu per lungo tempo la bevanda la più ordinaria degli antichi, e quando facevano uso del vino non lo bevevano quasi mai puro. I primi vasi, di cui si servirono per bere, non erano che di corna di bue dilatate nella loro forma naturale. Se ne fece poscia di creta e di legno: i ricchi n’ebbero di rame, e nei soli palazzi dei Re se ne vedevano d’argento e d’oro. Nei pranzi tutti coloro ch’erano a tavola bevevano ordinariamente in giro nel medesimo vaso. I primi bicchieri si bevevano in onore de’ Dei e degli Eroi; e gli altri alla salute de’ convitati e delle persone che si amavano, sia presenti sia lontane. Presso gli Egizi l’ultimo bicchiere si beveva ad onore di Mercurio, in un vaso in cui era scolpita l’immagine della morte, e pieno di vino d’assenzio. Quest’uso passò presso alcuni altri popoli; ma i salutarii riflessi ai quali doveva dar luogo, sembrano di non aver incontrato il genio de’ Greci, che amarono meglio di questo ultimo bicchiere fare delle libazioni di vino puro ad onore di Bacco.

Caccia. Uno de’ più antichi e forse il più antico di tutti gli esercizi del corpo. Ne’ primi tempi bastava riuscirvi con eccellenza per farsi un’altissima riputazione di forza che era questo d’ordinario il solo merito degli eroi favolosi: all’incontro egli era comunemente un esercizio pericoloso, e che ricercava molta destrezza e forza, quando si trattava di sterminare le bestie selvagge, le quali si erano assai moltiplicate. I vantaggi, che la società ne riceveva, la determinavano a mettersi sotto la protezione di questi cacciatori, e di essi ella si faceva i suoi Capi, Capitani, Re. A nostri giorni ancora la caccia è uno de’ più nobili esercizi de’ Principi e de’ Grandi.

Case. L’arte di costruire le case è una delle più antiche. La città che Caino fabbricò e a cui diede il nome di suo figliuolo Henoch, la costruzione dell’Arca di Noè avanti il diluvio, e quella del maraviglioso edifizio della torre di Babel, che seguì assai da vicino questo terribile avvenimento, sono altrettante prove che distruggono l’opinione assurda di chi fa degli uomini per una lunga serie di secoli tanti selvaggi, i quali sarebbero stati più stupidi e meno intelligenti delle bestie, se da esse avessero preso le loro tane per abitarvi [154]. I paesi che furono popolati dalle prime generazioni de’ figliuoli di Noè sono ripieni di avanzi preziosi di fabbriche fatte in que’ tempi remoti, e di cui le ruine fanno vedere ancora l’alto punto di perfezione cui era stata sin d’allora portata l’architettura. Gli uomini hanno dunque sempre saputo farsi delle abitazioni proporzionate ai loro bisogni, relativamente ai loro costumi, ai tempi in cui hanno vissuto e al clima che hanno abitato: ma non bisogna giudicare delle case degli antichi dalle nostre. […]

Caterva. Nelle armate Romane si dava questo nome a un corpo di sei mila uomini.

Cavallo. Questo animale, che nella sua aria, nella sua cervice e nel suo portamento ha qualche cosa di guerriero, ha servito per le battaglie fino dalla più remota antichità. Non è già che sin d’allora si cominciasse ad adoprare i cavalli in forma di cavalleria, ma attaccati a’ carri, sopra i quali coloro che li montavano lanciavano dei darti e dei giavellotti contro i nemici. L’uso della Cavalleria, tale a un di presso ch’è pervenuto sino a noi, è nulladimeno antichissimo. In molti paesi i cavalieri e i cavalli erano tutti coperti di ferro. Ma ciò che si stenta a capire si è che presso tutti questi popoli antichi i cavalli non avevano né sella né staffe, e i cavalieri erano senza stivali. L’educazione, l’esercizio e l’abito li avevano avvezzati a far a meno di questi soccorsi, e a non accorgersi neppure che loro mancassero. […]

Clienti. Volendo Romolo che vi fosse un legme tra i Patrizi e i Plebei, stabilì che ciascun plebeo potesse scegliere un patrizio per essere suo padrone e suo protettore, di cui egli sarebbe il cliente o il protetto. La carica del padrone riguardo al cliente consisteva nel difenderlo dinanzi ai tribunali, a proteggere le sue liti, a fare per lui tutto ciò che un padre farebbe per i suoi figliuoli. Il cliente dal canto suo era obbligato di prestare al suo padrone tutti i servigi ond’era capace. Se i clienti morivano senza aver fatto il loro testamento, i loro padroni n’erano i legittimi eredi, e quindi diventavano tutori d’ figliuoli de’ loro clienti. Questo diritto di clientela era ereditario e sì sacro che i clienti si preferivano agli ospiti e ai parenti medesimi. Quando la Repubblica fu divenuta più potente, tutti i popoli conquistati si posero sotto la protezione delle illustri famiglie Romane, e per lo più si mettevano sotto quella del loro vincitore.

Danza. Questo esercizio è sì antico che non se ne può mostrare l’origine che nella inclinazione che hanno sempre avuto gli uomini di far conoscere esternamente gli affetti e i sentimenti del cuore, non solo col mezzo della parola, ma ancora con quello del gesto e dei movimenti del corpo. In fatti la danza, che Simonide chiama una poesia muta, non è, come quest’arte, la musica e la pittura, che l’espressione della natura, senza so studio e l’imitazione della quale egli è impossibile di riuscirvi. Le tracce più antiche che si trovino della danza sono in onore della religione; né ciò sembrerà strano, se si riflette, come tutto induce a crederlo, che questo non fu da principio che l’effetto d’un santo entusiasmo, in cui enravano gli uomini prnetrati da gratitudini per le beneficenze del Creatore e d’ammirazione per le opere maravigliose di sua potenza. [197] Platone che distingue tra una danza in aria e una danza a terra, una aggraziata e l’altra focosa.

Decimazione. Quest’era presso i Romani un genere di castigo per non lasciare impunito un gran fallo cui vi aveva preso parte un gran numero di persone. Allorché dunque si trattava di un fallo generale in una legione, o in una coorte, come non era possibile di far morire tutti i colpevoli, si decimavano a sorte, e colui il di cui nome usciva il decimo, era fatto morire.

Divorzio. L’unione legittima dell’uomo e della donna, formata con consenso reciproco dell’uno e dell’altro, confermata dalle leggi dello stato e fimrata dalle cerimonie della religione, è un legame sì sacro che la sua dissoluzione è ugualmente contraria alle leggi divine ed umane, e l’uso del divorzio non è stato tollerato presso gl’Israeliti che a causa della durezza del loro cuore, e con molte formalità, di cui una delle principali consisteva nel dare alla donna ripudiata un atto scritto e presentato da uno Scriba, autorizzato a questo dal governo. […]

Donne. Scorse uno spazio di più di mille anni dopo il diluvio, prima che siasi trovato nessuno il quale abbia immaginato di vergognarsi del lavoro delle mani, e di farsi dell’ozio un titolo di noviltà e di grandezza. In questi secoli, per li quali si affetta sì ingiustamente tanto disprezzo, quasi tutti i popoli del mondo facevano la loro principale occupazione della coltura della terra, della cura delle greggi e dei mestieri relativi a questi due oggetti. La differenza delle condizioni non ne aveva introdotto alcuna riguardo a questo. I ricchi, i grandi, i generali d’armate, i Principi medesimi e i Re mangiavano sovente del pane fatto di formento ch’essi avevano seminato colle loro proprie mani, e la carne degli animali che avevano non solo allevati, ma anche uccisi, scorticati, eccetera. Le donne erano laboriose come gli uomini, e travagliavano nelle case mentre i mariti stavano occupati ne’ campi. Ad esse era d’ordinario riservata la cura di preparare le vivande e d’imbandirle: lo si vede in Omero e in molti siti della Scrittura. Quando Samuele espone al popolo i diritti che avrebbe il Re ch’essi domandavano: Il vostro Re, dic’egli, prenderà le vostre figliuole e le farà sue cuciniere, sue fornaie. Il pretesto, di cui si servì Ammone, figliuolo di Davide, per trarre presso di sé sua sorella Tamar, fu di prendere dalla sua mano dei brodi, che in fatti ella medesima preparò, benché figlia di Re ella fosse.
Dopo la cura della famiglia, la maggior occupazione delle donne, delle Principesse ancora e delle Regine era di filare e di travagliare in lana. Tale era quella d’Elena, di Penelope, di Calipso, di CIrce, e di tante altre, che Omero rimanda sempre ai loro fusi e alle loro lane. La donna forte di Salomone impiega con industria il lino e la lana, gira ella medesima il fuso, e da due paia d’abiti a’ suoi domestici. […]
La vita austera e laboriosa delle donne non le rendeva sempre indifferenti per gli abbigliamenti e gli ornati. La voglia di comparire e di piacere fu sempre la loro passione dominante. Si vede nella Scrittura, in Omero, in Plauto e in tutti i Poeti antichi, con la enumerazione dei loro ornamenti e dei loro abiti, la descrizione delle studiate attenzioni che si prendevano d’impregarli con grazia; ma almeno il tempo considerabile che vi perdevano, esse ve lo perdevano sole, imperocché non avevano né camerierie, né conciatrici, né venditrici di mode. Le donne le più ricche, le più distinte, le Regine stesse, bastavano a se medesime per questo, né impiegavano mai le mani forestiere. La Giunone d’omero, che ha dipinto i costumi del suo tempo, si pettina da se stessa, compone i suoi capelli, si veste, eccetera. […]

Emancipazione. L’emancipazione consiste nel rendere una persona padrona di se stessa e delle sue sostanze. Presso i Romani i privilegi n’erano ristretti per il diritto che un padre aveva di godere della metà dell’usufrutto dei beni di suo figliuolo emancipato, e per la dipendenza in cui lo riteneva, e ch’era a un di presso la medesima di quella de’ Liberti rispetto al loro padrone. Come non si poteva emancipare un figliuolo suo malgrado, non si poteva del pari sforzare un padre a emancipare suo figliuolo, eccetto che in certi casi, come s’egli avesse ricevuto un legato a condizione di emancipare i suoi figliuoli, se fossero di costumi corrotti, eccetera.

Fisco. Quest’era il tesoro dell’Imperatore, il quale niente aveva di comune con l’Aerarium, o tesoro pubblico.

Funerali. Tutti gli antichi avevano una grandissima cura di prestare a’ morti gli ultimi doveri e riguardavano come una maledizione terribile che i loro corpi, o quelli delle persone che avevano amate, restassero esposti a essere lacerati dalle bestie e dagli uccelli, o a corrompersi allo scoperto e infettare i vivi. Era una consolazione il riposare ne’ sepolcri de’ propri padri. […]

Gesto. Gli antichi avevano portata al più alto punto di perfezione l’arte del gesto, che consiste, dice Platone, nell’imitazione di tutti i movimenti, che gli uomini possono fare. I Romani la chiamavano saltazione, e Quintilliano consiglia di mandare, per qualche tempo solamente, i fanciulli nelle scuole ove s’insegnava quell’arte; ma semplicemente per apprendervi la grazia e l’aria disinvolta nell’azione, e non già per formarsi sul gesto del maestro da ballo, da cui quello dell’oratore deve essere differentissimo. Queste scuole erano quelle ove si formavano i commedianti, e per questa ragione Sipione l’Africano, il celebre distruttore di Cartagine, si sollevò con forza contra quest’uso, che aveva già prevalso al suo tempo, di mandarvi i fanciulli per impararvi l’arte del gesto.

Gladiatori. I Romani credevano di onorare i morti obbligando degli uomini a battersi a tutta forza intorno al rogo di colui di cui facevano i funerali, e la pompa funebre era stimata più o meno grande a proporzione del numero di queste miserabili vittime. Avevano essi preso dagli Etruschi quest’uso, che proveniva da un antico costume di scannare dei prigionieri sul sepolcro di coloro ch’erano stati uccisi alla guerra. […]

KKK. I tre cattivissimi erano indicati con tre K in seguito l’uno dell’altro, KKK, ed erano i Cappadoci, i Cretesi e i Ciliciani.

Laberinto. Gli antichi parlano con ammirazione dei due famosi laberinti, quello d’Egitto e l’altro dell’isola di Creta. Quello d’Egitto era un magnifico ammasso di dodici palazzi disposti regolarmente e che comunicavano insieme. Mille cinquecento camere tramischiate da terrazzi stavano disposte intorno a dodici sale, e non lasciavano uscita a coloro che s’impegnavano a visitarle. Eranvi altrettante fabbriche sotterra. Queste fabbriche sotterranee erano destinate alla sepoltura dei Re, e a servire come di tempj ai coccodrilli sacri, che il popolo, il quale ne faceva de’ Dei, vi nutriva con somma diligenzia. Per impegnarsi nella visita i queste camere e delle sale del laberinto, era necessario di prendere la medesima precauzione che Arianna fece prendere a Teseo, quando egli fu obbligato d’andar a combattere il Minotauro […]

Buona lettura.

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