Formule magiche di Merseburgo [Updated]

Posted on 11 settembre 2008

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Nel 1841 lo storico Georg Waitz trovò due formule magiche sul recto di una pagina di un manoscritto latino del IX secolo, manoscritto conservato nell’abbazia benedettina di Fulda.

Attualmente il manoscritto si trova nella Biblioteca capitolare del Duomo di Merseburgo, da cui le due formule si sono guadagnate il nome di “Incantesimi di Merseburgo“.

Posizione di Fulda in Germania
Posizione di Fulda in Germania

Il fatto che un frammento di tradizione orale sia stato conservato in un ambiente monastico, e peraltro senza l’usuale traduzione in latino, rappresenta un caso eccezionale. Ma prima di affrontare le due formule vorrei proporvi una piccola introduzione su quali siano le caratteristiche formali comuni a molte formule magiche delle tradizioni antiche.

Innanzitutto gli incantesimi presentano molto spesso una narrazione di un aneddoto che termina con la ripetizione di quelle parole che, nell’occasione di cui si racconta, certi personaggi mitologici hanno pronunciato per ottenere l’esito sperato.
Per questo motivo spesso le formule magiche sono bipartite, ovvero ad una parte narrativa (“in passato gli dei se la cavarono in questo modo”) segue l’incantesimo vero e proprio (“ora fai lo stesso e otterrai i loro risultati anche tu”).

Altra caratteristica stilistica che accomuna molti versi magici, inoltre, è una struttura 2+1. Ovvero, dopo due elementi caratterizzati da una certa somiglianza viene dato un terzo elemento che rompe lo schema. Per elementi intendiamo personaggi, episodi, oggetti, parole, interi versi…
Spiega molto bene Adolfo Salazar in “Las grandes estructuras de la música” (la traduzione è di Cristiano Screm, gli errori infilati in mezzo nel tentativo di abbellire la forma sono miei):

In generale, la struttura del carmen (traslitterazione della parola sanscrita casman, che equivale a “testo sacro, invocazione”) consiste, come si può rilevare dal libro De Medicamentibus di Marcellus, prodigo di ogni sorta di formule per scongiuri, in:

1) Formule brevi: una parola, intelligibile o meno, viene ripetuta per due volte ed è seguita da una formula diversa, più breve o più lunga, che si basa sostanzialmente sui suoni che compongono la parola iniziale. Per esempio, la formula con virtù curative: Kyría, Kyría, Kassaría sourorbi (“Vattene, vattene, sono più forte e ti scaccio”), la cui struttura è AAB. Si veda un’altra formula che ha la medesima struttura ma i cui elementi sono tuttavia più equilibrati (questa ha virtù curative intestinali): Alabanda, Alabandi, Alambo; mentre quest’altra ha un ritmo ternario AAA: Alam bedam, Alam betur, Alam botum. Esistono carmina costituiti da parole prive di collegamento reciproco e altri la cui base consiste semplicemente di alcune lettere magiche, come quelle usate per enumerare i salmi che sono oggetto di abbondanti melismi nel canto ecclesiastico. La ripetizione avviene di tre in tre, tre volte nove ovvero tres novies.

2) Carmina di grande estensione come quello che inizia con Exi hodie, nata si, ante nata, si hodie creata, si ante creata ecc., rimandano a tipi folcloristici diffusi sotto forma di canzoni infantili, come Pinto, pinto, gorgorito, saca las vacas, de veinticinco, di ritmo binario, come probabilmente quello precedente. La formula può estendersi come in un precantiosimile al verso lungo di Pindaro, come la seguente, un autentico paradosso che potrebbe sembrare un’imitazione burlesca della litania ecclesiastica, quali i Carmina Burana, ma che ci giunge dall’autorità di Marcellus: “Stabat arbor in medio mari. Et ibi pendebat situla plena-intestinorum humanorum. / Tres virgines circuncibant-duae alligabant, una revolvebat” (C’era un albero in mezzo al mare. E lì era appeso un secchio pieno / di interiora umane. / Tre vergini camminavano intorno / due avvolgevano, una srotolava).

Per riassumere: nel caso di scongiuri brevi troviamo spesso che ad una ripetizione di (due: NdT) parole quasi uguali viene accostato un (terzo: NdT) termine o un ritmo differente; nel caso di scongiuri lunghi troviamo spesso che a due azioni quasi uguali viene accostata un’azione che va in direzione opposta a quelle, contraddizione che si percepisce come risolvibile solo interpretando in senso metaforico l’episodio narrato.

Date queste due astrazioni che accomunano gli usi rituali della lingua (narrazione+incantesimo e 2+1), vediamo ora le due formule di cui sopra. Per la loro interpretazione utilizzo la lettura di Ladislao Mittner.

Due versioni della pagina 85r del codice 136, ove sono riportate le due formule magiche

Due versioni della pagina 85r del codice 136, ove sono riportate le due formule magiche

La prima formula mira ad ottenere la liberazione magica di un prigioniero.

Una volta scesero dall’alto amazzoni divine, scesero [a terra] qua e là;
alcune allacciavano lacci, altre trattenevano le schiere [avversarie],
alcune lavoravano intorno a ritorte:
Sottraiti ai legami! Sfuggi ai nemici!

Nota: le “amazzoni divine” sono “Idisi”, “donne divine” o “donne regali”, più tardi semplicemente “donne”; qui sembrano da identificarsi con le valchirie (R. Koegel in PBB, 1887, p. 507)

La seconda formula di Merseburgo, che mira alla guarigione di una slogatura, ci fa assistere ad un intero corteo di divinità (in parte difficilmente identificabili).

Phol e Wodan cavalcarono verso il bosco;
si storse allora il piede del cavallo di Balder.
Pronunziò allora parole di scongiuro Sinthgunt e Sunna, sua sorella;
pronunziò allora parole di scongiuro Freyja e Volla, sua sorella;
pronunziò allora parole di scongiuro Wodan, come egli sapeva fare alla perfezione
[contro la] slogatura dell’osso, slogatura con sangue,
slogatura di un membro:
“Osso [torni] ad osso, sangue a sangue, membro a membro; così siano saldamente uniti”

Nota: Sinthgunt è sdoppiamento, cioè ipostasi della dea Sole; preso in sé, il nome è un nome da valchiria. Anche Volla può essere ipostasi di Freyja, presentata come sua sorella.

AGGIORNAMENTO (ottobre 2011):
Qui di seguito riporto il testo integrale dell’analisi del Mittner.

Le formule d’incantesimo e di benedizione a noi pervenute, tedesche ma anche latine, sono pagane o cristiane e talora pagano-cristiane. In linea di principio le formule d’incantesimo dovrebbero essere di origine pagana, quelle di benedizione di origine cristiana; ma i rapporti, le interazioni e i passaggi fra le due sfere sono quanto mai complessi, dato che la chiesa faceva largo uso di formule liturgiche spesso simili alle formule magiche.

Nella sua forma più caratteristica i versi magici si basano sull’idea della ripetizione coatta e cioè, appunto, magica, per cui un fatto, che era dato per realmente avvenuto, poteva essere riprodotto mediante la ripetizione di determinate parole che erano state pronunziate in quell’occasione. Perciò le formule magiche sono spesso bipartite, contengono cioè una parte narrativa ed una parte incantatoria;  ed è lecito supporre che tale bipartizione fosse in origine obbligatoria, poiché essa medesima esprime l’essenza della magia, la fede nella ripetibilità di un evento legato a determinate parole di carattere sacrale.

Fra le formule magiche pagane primeggiano le due scoperte a Merseburgo in Sassonia; sono le sole poesie del tedesco antico che contengano nomi di divinità pagane. La loro interpretazione testuale presenta difficoltà particolarissime; noi ci studieremo di tradurle seguendo la lezione che è più comunemente accettata o che per altri motivi ci sembra preferibile.

La prima formula mira ad ottenere la liberazione magica di un prigioniero: “Una volta scesero dall’alto amazzoni divine [nota: “Idisi”, “donne divine” o “donne regali”, più tardi semplicemente “donne”; qui sembrano da identificarsi con le valchirie (R. Koegel in PBB, 1887, p. 507)], scesero [a terra] qua e là; | alcune allacciavano lacci, altre trattenevano le schiere [avversarie], | alcune lavoravano intorno a ritorte: | Sottraiti ai legami! Sfuggi ai nemici!”.
Il quadro è agitatissimo: mentre dura ancora la battaglia, scendono in mezzo ai guerrieri tre gruppi di valchirie, la cui azione triplice e una ha per scopo la liberazione di un guerriero catturato; esse preparano già lacci per i guerrieri della parte nemica, che devono intanto trattenere per liberare subito il prigioniero.

I due imperativi dell’ultimo verso sono da considerarsi da loro effettivamente pronunciati; certamente dovevano essere pronunziati da chi in qualsiasi altra circostanza analoga volesse ottenere un’analoga liberazione [nota: “Tres virgines circumibant; duae alligabant, una resolvebat”].

Una situazione molto simile si trova in una formula latina di guarigione [nota: È una formula per guarire la lombaggine attribuita a piccole frecce lanciate da streghe; si veda ancora nel tedesco odierno la parola “Hexenschuss”. Nella formula le “potenti donne” volano baldanzose al di sopra della collina e “gridano alto, sì, alto”, mentre “ordinano la loro schiera e lanciano giavellotti sibilanti”. Per difendersi da loro l’ammalato, che col suo scudo lucente sta sotto un tiglio, contrattacca; lancia contro di loro un piccolo giavellotto. È un gesto apotropaico: “Fuori, piccolo giavellotto, se sei ancora dentro”] e in due strofe anglosassoni, le quali sono le sole a descrivere il volo selvaggio e gioioso delle valchirie.
La struttura metrica riflette certamente un modello pagano antichissimo [nota: Tre proposizioni che s’iniziano col pronome “alcuni…, … alcuni” e sono disposte in due emistichi e in un verso lungo. L’argomento è una sola operazione magica considerata in tre aspetti diversi o fasi diverse.]; ma nell’ultimo verso l’allitterazione manca ed è sostituita dalla rima; è la sola cosa che nella paganissima poesia non sia specificamente pagana.

La seconda formula di Merseburgo, che mira alla guarigione di una slogatura, ci fa assistere ad un intero corteo di divinità (in parte difficilmente identificabili): “Phol e Wodan cavalcarono verso il bosco; | si storse allora il piede del cavallo di Balder. | Pronunziò allora parole di scongiuro Sinthgunt e Sunna, sua sorella; | pronunziò allora parole di scongiuro Freyja e Volla, sua sorella;  [nota: Sinthgunt è sdoppiamento, cioè ipostasi della dea Sole; preso in sé, il nome è un nome da valchiria. Anche Volla può essere ipostasi di Freyja, presentata come sua sorella] | pronunziò allora parole di scongiuro Wodan, come egli sapeva fare alla perfezione | [contro la] slogatura dell’osso, slogatura con sangue, | slogatura di un membro: | “Osso [torni] ad osso, sangue a sangue, membro a membro; così siano saldamente uniti”.

La strofa piace per il quadro pacifico e ordinato che offre dell’Olimpo germanico. Compaiono i due protagonisti, prima del loro ingresso nel bosco, che anche qui suscita un vago senso del pericolo; poi due dee di ordine inferiore e due dee di ordine superiore; alla fine ricompare Wodan che si rivela il solo conoscitore della magia. La sua superiorità è implicitamente riconosciuta dagli altri dei, sebbene essi appartengano tutti – tolta forse soltanto Sunna – alla famiglia dei Vani.